« La psicologia si occupa dei "giochi" della mente: studia le partite che le persone giocano fra loro
e le neuroscienze studiano i mezzi con cui giocare: un bastone può servire al battitore per colpire la palla che il lanciatore gli lancia in una partita di baseball, ma lo stesso bastone può servire a qualcun altro per rompere la faccia di un amico. »
Luciano Mecacci

venerdì 17 settembre 2010

Come smettere di avere incubi


Smettere di fare incubi si può. O al meno ne sono convinti gli piscologi che hanno studiato una serie di terapie grazie alle quali è possibile condizionare il sogno, fermando l'incubo prima di diventare tale o addirittura trasformandoli in visioni piacevoli.

Sono tante le terapie a disposizione degli psicologi, si legge sul New York Times, alcune consistono in esercizi di desensibilizzazione delle paure che poi sconvolgono i nostri sogni, come la paura dei serpenti; la desensibilizzazione consiste nel mostrare l'oggetto che causa paura al paziente mentre è sveglio.

Un'altra terapia in uso è quella del sogno lucido: ricercatori olandesi dell'università di Utrecht diretti da Victor Spoormaker hanno dimostrato l'efficacia di questa terapia che consiste nell'insegnare ai pazienti a rendersi conto di quando stanno entrando nel sogno fino a divenire capaci di modificarne la trama e dargli il lieto fine. Nella realtà, però, l'invasione nei sogni di una persona ha risvolti terapeutici: molti individui, infatti, reduci da brutti traumi e sofferenti del disturbo da stress post traumatico, non dormono affatto sonni tranquilli: sono continuamente spossati da incubi ricorrenti che riaccendono le ferite del trauma, per esempio un incendio o una violenza subita. Ma gli psicologi sanno come aiutarli: per esempio l'equipe di Spoormaker ha dimostrato in uno studio pilota i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica 'Psychotherapy and Psychosomatics', che la terapia del sogno lucido funziona.

Infatti gli psicologi sono riusciti a ridurre la frequenza degli incubi in persone sottoposte a un ciclo di terapia cognitiva volta ad insegnare loro a controllare i sogni, i loro incubi si riducono. La terapia consiste in esercizi che aiutano a rendersi conto del momento in cui si inizia a sognare e quindi a prendere lucidamente in mano la trama del sogno impedendo l'incubo. E non è finita: uno studio appena uscito sul numero di luglio del Journal of Psychiatric Practice dimostra che una terapia psicologica fondata su interventi multipli riesce ad alleviare il disturbo da incubi post-traumatici, problema che spesso persiste in individui reduci da un grosso trauma, anche quando quest'ultimo è stato già sanato dalla psicoterapia.

I ricercatori del Baylor College of Medicine hanno dimostrato che questa terapia multipla funziona sia sui civili, sia sui reduci dal Vietnam. Sul New York Time, invece, si parla anche della terapia da 'incubazione dei sognì, che consiste nell'orientare i nostri sogni con note scritte prima di andare a dormire. Gli esperti si interrogano però sulle possibili conseguenze di tale terapia, gli incubi sono pur sempre messaggi che la mente ci invia. E non è solo l'unico dubbio: se la terapia fosse usata per prendere il controllo su di noi attraverso i sogni, o per generare incubi da impazzire nelle persone che normalmente non ne fanno?

[Fonte: http://www.gazzettino.it/]

mercoledì 15 settembre 2010

La solitudine fa male quanto un pacchetto di sigarette


Gli amici allungano la vita:

stabilire una rete di rapporti sociali

aumenta del 50% le probabilità di sopravvivenza


MILANO - È dannosa come l’alcol e il fumo ed è due volte più pericolosa dell’obesità: la mancanza di relazioni sociali fa male alla salute e accorcia la vita. Molti, in passato, hanno studiato gli effetti della solitudine sulla psiche; ora un gruppo di ricercatori della Brigham Young University a Provo, Utah, ha valutato anche quanto l’assenza di rapporti con gli altri può condizionare la salute fisica. Ed è arrivato alla conclusione che le relazioni sociali, non importa se con amici, familiari, vicini di casa o colleghi di lavoro, aumentano le probabilità di sopravvivenza del 50 per cento. «L’idea che la perdita di relazioni sociali sia un fattore di rischio di mortalità - commenta Julianne Holt-Lunstad, che ha coordinato la ricerca appena pubblicata su PLoS Medicine - non è ben riconosciuta dal pubblico e neppure dagli operatori sanitari».


STUDI NEL TEMPO - I ricercatori americani hanno analizzato 148 studi dai quali potevano ricavare dati di mortalità su un certo numero di persone, seguite nel tempo (in media sette anni e mezzo), e informazioni sui loro rapporti sociali. Così hanno anche potuto confrontare l’impatto dell’isolamento sociale sulla mortalità rispetto ad altri fattori di rischio ben più conosciuti. E hanno scoperto che quest’ultimo non solo è due volte più pericoloso dell’obesità, ma equivale a fumare 15 sigarette al giorno o ad abusare dell’alcol ed è più dannosa della mancanza di esercizio fisico. Ci sono molti modi attraverso i quali amici o familiari possono influenzare positivamente la salute: dall’effetto tranquillizzante di un contatto fisico vero e proprio fino alla scoperta di qualche nuovo significato da dare alla propria esistenza.


TROPPI STRESS - «Quando una persona intrattiene relazioni con gli altri - aggiunge Holt-Lunstad - si sente in qualche modo responsabile per loro ed è stimolata a prendersi cura di sé e a evitare situazioni di rischio per la propria salute». L’effetto protettivo delle relazioni non vale soltanto per gli adulti o gli anziani, ma in qualsiasi periodo della vita. Vale la pena di riflettere su questa ricerca, anche se non fa altro che confermare cose di buon senso, soprattutto in un’epoca, come la nostra, in cui la tecnologia, la pressione lavorativa e gli stress quotidiani non lasciano più tempo per stare con amici e parenti.


Adriana Bazzi

[fonte: corriere.it]

lunedì 12 luglio 2010

Cibi «arricchiti» per creare dipendenza.

Perché mangiamo troppo? È colpa dell'iper-palatabilità, una nuova e amplificata sensibilità ai gusti arricchiti con sali, zuccheri e grassi da parte dei produttori di cibo.

MILANO – Ingrassiamo anche perché mangiamo troppo, ma la colpa potrebbe non essere tutta e solo nostra. Anzi, probabilmente ingurgitiamo cibi che creano dipendenza perché sono stati manipolati dai produttori e arricchiti con sali, grassi e zuccheri per non farci smettere di volerne. È questa la teoria del professore di Harvard David Kessler, ex commissario della Food and drug administration statunitense, che a questo argomento ha dedicato un libro («The End of Overeating», non esiste ancora traduzione italiana ma si può acquistare su Amazon).

COME PER LE SIGARETTE – La palatabilità è uno dei fattori che più interessano le società produttrici di alimenti: che si tratti di un formaggio dal gusto strutturato e deciso, o del ripieno delicato della pasta fresca, è l’incontro con il palato del consumatore a decretare il successo o il fallimento di un cibo in fase di vendita. Per questo chimici e ricercatori lavorano per migliorare – e potenziare – l’esperienza di gusto dei propri prodotti. Ma questa tendenza è stata portata all’eccesso, sostiene il professor Kessler, proprio come avvenne con le sigarette «potenziate» con ammoniaca e altri additivi, per aumentare la voglia di fumarne ancora, denuncia che non abbandona i produttori di sigarette dal 2005 in poi. E l’eccesso guida i produttori a ricercare non solo la gioia del gusto, ma quella di un’esperienza innaturale, chiamata da Kessler della «iper-palatabilità».

CIBI ARRICCHITI – Per raggiungere lo scopo vengono utilizzate tecniche diverse. La prima e più comune è quella di «aumentare» gli ingredienti delle pietanze con sali, zuccheri e grassi per renderli più appetibili al palato. La seconda è quella di creare una nuova esperienza di masticazione: se i cibi sono facili da masticare e deglutire, grazie a morbidezza all’incontro con lingua e denti, si avrà voglia di buttar giù velocemente un secondo boccone. Questi accorgimenti stimolerebbero i nostri recettori nervosi esattamente come avviene con l’assunzione degli oppioidi (come la morfina), causando la dipendenza da cibo e a ruota, divenendo possibile causa di sovrappeso. Proprio per combattere questa malattia, l’università di Yale ha creato la Yale Food Addiction Scale, utilizzata dai medici statunitensi soprattutto per il controllo dell’obesità infantile. La scala parte da un questionario e riconosce tra i consumatori quali sono a rischio sovrappeso a causa di una sensibilità maggiore a queste sostanze arricchite e quali no.

Eva Perasso
[ fonte: corriere.it ]

martedì 22 giugno 2010

Troppa tecnologia fa male.

La tecnologia ha invaso la nostra quotidianità. Siamo bombardati continuamente da diversi flussi di informazione - dal telefono al computer alla tv - e siamo in grado di fare sempre più cose contemporaneamente. In media ricorrriamo ai mezzi di comunicazione tre volte di più rispetto agli anni Sessanta e visitiamo circa 40 siti web al giorno cambiando finestra o programma almeno 37 volte in un'ora. Prendendo in prestito un termine dal linguaggio informatico, siamo sempre più "multitasker". Ma a quale prezzo? Se state leggendo questo articolo lanciando ogni tanto uno sguardo al cellulare o alla tv, controllando occasionalmente la casella di posta elettronica o i tweet dei vostri amici, chattando con loro su msn o ascoltando il vostro iPod, probabilmente - sostengono sempre più ricerche - la tecnologia vi sta chiedendo un "costo" mentale e sociale molto alto. Sì, perché non solo interferisce con le vostre vite quotidiane, sottraendovi tempo da dedicare ad amici e parenti nella vita reale, ma sta persino cambiando la vostra capacità di memorizzare e ridisegnando il vostro cervello. "Stiamo esponendo i nostri cervelli a nuovi ambienti e chiedendo loro di fare cose per le quali non sono necessariamente evoluti. Sappiamo che ci sono delle conseguenze", ha detto al New York Times Adam Gazzaley, direttore del Centro immagini per la neuroscienza presso l'Università della California.

"Quando hai 500 foto delle tue vacanze sul tuo account Flikr contro cinque veramente significative, cambia la tua capacità di ricordare i momenti che davvero vuoi ricordare?", chiede retoricamente lo psichiatra Elias Aboujaoude, direttore della Impulse Control Disorders Clinic di Stanford e autore del libro Virtually you: the Internet and the fracturing of the self (Virtualmente tu: Internet e la frattura del sé). Grazie agli spazi di archiviazione su Internet pressoché illimitati, siamo incoraggiati a serbare tutto, comprese le informazioni più insignificanti a scapito di quelle nuove: inevitabilmente - sostiene Aboujaoude - ciò cambia "la nostra capacità di archiviare nuove memorie e di ricordare le cose che dovremmo davvero ricordare".

Un team di ricercatori della Stanford University è andato oltre sfatando il mito del "multitasker" iperproduttivo: ha dimostrato che se il cervello di chi sa usare un computer è più abile a trovare informazioni mentre quello di chi gioca ai videogame sviluppa una migliore attività visiva, quello del multitasker ha invece più difficoltà a concentrarsi, non riesce a distinguere le informazioni irrilevanti da quelle rivelanti e, come se non bastasse, è anche più stressato. Una porzione del cervello agisce infatti come torre di controllo e ci aiuta a concentrarci e a stabilire delle priorità, mentre parti più primitive, le stesse che elaborano visioni e suoni, le chiedono di distogliere l'attenzione ogni volta che vengono stimolate, bombardandola incessantemente.

"La parte più spaventosa è che non ci si riesce a sbarazzare delle proprie tendenze multitasking neppure quando non si fa multitasking", ha spiegato Clifford Nass, il neuroscienziato che ha guidato la ricerca. In altre parole, l'incapacità di concentrarsi persiste anche a computer spento. Solo i cosiddetti supertasker riescono a giostrare indenni molteplici flussi d'informazione. Rappresentano però meno del 3 per cento della popolazione. "Siamo a un punto di flesso: le esperienze di una significativa frazione di gente sono sempre più frammentate", avverte Nass. Non resta, suggerisce concordando con altri esperti, che cercare di limitare drasticamente il tempo che trascorriamo online: obbligarci a lasciare il cellulare a casa occasionalmente, stabilire quanto tempo trascorrere quotidianamente sui social network o un limite al numero di volte in cui ci colleghiamo per controllare la nostra casella di posta elettronica". Perché è solo staccando la spina e "prestandoci attenzione l'un l'altro che - sostiene Nass - diventiamo più umani".

[Fonte: repubblica.it]

« La tecnologia da sola non può né liberare né rendere schiavi;
essa deve essere capita, guidata,
impiegata verso gli obiettivi che ci interessano.
»
(Giorgio Ceragioli)

venerdì 4 giugno 2010

Cambiamenti climatici e psicologia

I cambiamenti climatici stravolgono l'equilibrio del pianeta, ma anche quello dei singoli individui, impreparati a disastri ambientali. "La psicologia e gli psicologi possono offrire strumenti importanti per gestire le sfide attuali e future di un mondo contraddistinto dalla crescente complessita'". Lo ha spiegato Truett Anderson, scienziato impegnato nella promozione del ruolo della Psicologia sociale per affrontare i problemi del Global Impact Warning, che ha tenuto a Roma, una Lectio magistralis, all'Accademia Filarmonica, in un incontro promosso dall'Ordine degli Psicologi del Lazio.

"Siamo tutti colpiti - ha detto il vice presidente dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, Paolo Cruciani, aprendo l'incontro - dai numerosi disastri ambientali che stanno stravolgendo l'equilibrio del pianeta, l'ultimo è la marea nera nel Golfo del Messico. Come Ordine abbiamo sentito l'urgenza e la necessità di fermarci a riflettere sul futuro della nostra terra e le responsabilità degli uomini, ascoltando le analisi e le suggestioni del professor Truett Anderson".

Nella sua lezione, poi, l'esperto americano ha chiarito la responsabilità sociale della psicologia e i suoi compiti di fronte ai grandi cambiamenti climatici, capaci di modificare la vita sulla terra e suscitare profonde ansie nelle persone.
Tre sembrano - secondo la sua analisi - le grandi questioni a cui dare risposte. La prima: smontare gli aspetti emozionali spesso terroristici della comunicazione, legati alle grandi modificazioni ambientali, che possono essere utilizzati per esercitare vere e proprie forme di repressione a livello sociale. La seconda: prevenire le risposte irrazionali delle persone che possono scatenare azioni primitive e violente o profonda disperazione. La terza: favorire una mentalità aperta collegata a responsabilità politica e morale, per maturare la consapevolezza che noi siamo la navicella, noi stessi siamo la terra, ad essa biologicamente integrati. Qui sta la dimensione strategica della psicologia, che dovrebbe essere promossa fin dai primi livelli della formazione, con un servizio diffuso di psicologia scolastica.
"Tutti i cittadini del pianeta terra - ha sottolineato Anderson - hanno bisogno di una nuova forma di alfabetizzazione emozionale, che permetta loro di comprendere che viviamo nell'era dell'Antropocene, così definita dal premio Nobel Paul Crutzen, membro dell'Accademia Mondiale dell'Arte e della Scienza. Perché gli esseri umani per la prima volta nella storia del pianeta sono divenuti la variabile più importante che impatta non solo gli esseri umani, ma tutte le forme di vita del pianeta".
Se gli esseri umani rimangono "ciechi e ignari di questa loro micidiale potenza le conseguenze saranno catastrofiche per tutti. La psicologia e gli psicologi - ha concluso Anderson - possono offrire strumenti importanti per gestire le sfide attuali e future di un mondo contraddistinto dalla crescente complessità".

"Si tratta dell'evoluzione della specie umana e della sua capacità di comprensione e di gestione dell'impatto che abbiamo su noi stessi, gli altri e tutte le forme viventi. E' necessario comprendere, a tutti i livelli di responsabilità, come si possono affrontare le sfide attuali, tra le quali spiccano il riscaldamento del pianeta, l'uso delle risorse e ancor più l'identità e il senso di appartenenza degli esseri umani al sistema terra e alla complessa trama della vita".

Fonte: http://www.adnkronos.com/

lunedì 31 maggio 2010

Iperattività ADHD e pesticidi

L’epidemia di bambini iperattivi in USA e nel resto del mondo può essere causata da pesticidi (organofosfati), largamente utilizzati anche in Europa ed in Italia come insetticidi ed erbicidi. Ajmone (psicologo, esperto di ADHD): “L’Istituto Superiore di Sanità sapeva e non è intervenuto, la prima volta che abbiamo sollevato questo problema era il 2006”. Roberti di Sarsina (Dirigente di Psichiatria): “Serve un’alimentazione sostenibile del bambino, basta merendine e coloranti artificiali”. Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Noi adulti causiamo queste sindromi ai bambini, e poi pretendiamo di curarli con psicofarmaci”

Harvard (USA) – Pubblicata in USA sulla nota rivista scientifica “Pediatrics” una nuova ricerca sull’intossicazione da pesticidi collegata all’iperattività dei bambini: i ricercatori hanno localizzato tracce di insetticidi nell'urina dei bambini, riscontrando come quelli con livelli più alti di tracce di polifosfati sono quasi due volte più a rischio di sviluppare ADHD (la sindrome dei bambini distratti e troppo agitati, ndr) rispetto a quelli con livelli normale di contaminazione. "C'è una preoccupazione crescente circa il fatto che questi insetticidi possono essere direttamente correlati con l’ADHD - ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters il dott. Marc Weisskopf, della Scuola di Harvard di Salute Pubblica, che ha lavorato allo studio – e quello che questa ricerca ha messo in chiara evidenza – ha aggiunto Weisskopf – è che tutto ciò è vero anche alle concentrazioni più basse”. Gli organofosfati furono originariamente sviluppati per la guerra chimica, e successivamente ampiamente utilizzati in agricoltura, nonostante i sospetti di tossicità per il sistema nervoso. Weisskopf ha rilevato come la presenza di questi agenti chimici nel cibo possa generare alcuni tra i sintomi comportamentali più comuni per l’ADHD, come ad esempio l’eccessiva impulsività, in ampie fasce di popolazione infantile, pari a circa il 10% dei bambini USA. “Siamo sempre stati dell’opinione, e i fatti ora ci stanno dando ragione – ha dichiarato il Dott. Paolo Roberti di Sarsina, Dirigente di Psichiatria all’AUSL di Bologna - che principalmente nell’ADHD ma anche in altre patologie come l’autismo, sono coinvolti fenomeni di intossicazione ed avvelenamento: soggetti che sono costituzionalmente più fragili, risultano sovraesposti a questi fattori, stesso dicasi per tutta una serie di coloranti artificiali che troviamo nelle più comuni caramelle e merendine. In futuro vedranno la luce sempre più ricerche in quest'ambito, che confermeranno la necessità di un'alimentazione “sostenibile” del bambino e anche della donna fin dalla prima gravidanza”.

Un metodo efficace per risolvere il problema – dichiarano gli esperti - sarebbe la cosiddetta “diagnosi differenziale”, una procedura diagnostica che permette di identificare le vere causa alla radice dei problemi di comportamento, distinguendo i problemi di origine ambientale da quelli psichiatrici. Un metodo che comporta però l’impiego di risorse spesso non disponibili nelle ASL. “E’ clamoroso – dichiara il Prof. Claudio Ajmone, psicologo ed esperto di ADHD – era il 2006 la prima volta che abbiamo avanzato all’Istituto Superiore di Sanità ed all’Agenzia del Farmaco una richiesta ben circostanziata, per inserire una seria diagnosi differenziale nei protocolli diagnostico-terapeutici per l’ADHD. L’ISS prevede nei propri protocolli la diagnosi differenziale solo per poche patologie, e tra esse ad esempio non sono inclusi questi pesticidi. Se noi elidiamo dai casi di ADHD in cura con psicofarmaci tutti i casi il cui disagio comportamentale e frutto di altre cause, come questi pesticidi, o i coloranti alimentari, cosa ci resta dell’ADHD? Solo un grande business a favore delle multinazionali farmaceutiche. Noi non stiamo aiutando questi bambini, gli stiamo facendo del male”

Luca Poma, giornalista e portavoce di Giù le Mani dai Bambini®, il più rappresentativo comitato di farmacovigilanza pediatrica in Italia (www.giulemanidaibambini.org) conclude: “l’ADHD è figlia della nostra società: noi adulti causiamo questa sindrome ai nostri bambini, aggravando con la nostra noncuranza fattori di rischio ambientali, e poi pretendiamo di “rimediare” somministrandogli potenti psicofarmaci e metanfetamine che li espongono a rischi gravi per la loro salute. Facciamo ora appello all’Istituto Superiore di Sanità affinché un serio protocollo per una diagnosi differenziale completa venga applicato a tutti i bambini italiani in cura per problemi di comportamento”.

Per scaricare l’abstract della ricerca scientifica su Pediatrics: http://pediatrics.aappublications.org/cgi/content/abstract/peds.2009-3058v1

venerdì 28 maggio 2010

Timidezza?

Quando è eccessiva, la timidezza può compromette seriamente le relazioni sociali e influenzare negativamente anche un legame stabile e duraturo come quello del matrimonio.

A dimostrarlo è stata una ricerca pubblicata sulla rivista Personality and Social Psychology Bulletin.

Una questione fondamentale in psicologia – spiegano gli autori della ricerca Levi Baker e James K. McNulty della Università del Tennessee – è il grado con cui la personalità di un individuo determina la qualità delle sue relazioni sociali. In in due differenti studi, i ricercatori statunitensi hanno dimostrato come una timidezza eccessiva può compromettere seriamente un legame matrimoniale, comportando un minor grado di soddisfazione nel rapporto di coppia.

Le persone timide hanno più problemi a fidarsi del partner, sono più gelose e tendono a gestire il denaro in maniera peggiore rispetto ai soggetti più estroversi, sottolineano gli autori. Inoltre, data la loro difficoltà nell'intrattenere relazioni sociali, al momento che si presenta un problema nel loro rapporto di coppia non ne parlano con nessuno e tendono a nutrire rancori e rabbia.

“Ma esiste ancora una speranza, anche se la timidezza è molto resistente al cambiamento”, affermano gli autori. Le persone timide, infatti, dovrebbero imparare a affrontare i problemi in maniera più decisa, specialmente nel caso di difficoltà nel rapporto di coppia, prendendo di petto le situazioni più importanti ed evitando di “rimandare” sempre tutto al domani. Un atteggiamento che sembra molto difficile da assumere, non soltanto per chi è timido.

Fonte: Baker L and McNulty JK. Shyness and Marriage: Does Shyness Shape Even Established Relationships? Personality and Social Psychology Bulletin, 2010; 36(5):665-76. DOI:10.1177/0146167210367489
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=28163

lunedì 24 maggio 2010

Io me ne lavo le mani!

Lavare le mani per lavar via il senso di colpa. Ma anche per rafforzare una decisione presa e che, magari, non convince del tutto. Un po’ come fece Ponzio Pilato, quando mandò a morte Gesù, lavandosene poi le mani. Una teoria che trova oggi conferma scientifica nello studio di un team di psicologi dell’Università del Michigan, che ha monitorato il comportamento di un gruppo di 40 studenti, a cui era stato chiesto di scegliere fra un cd o un vasetto di marmellata e di lavarsi le mani subito dopo la decisione presa. Ovviamente, i partecipanti al test non erano a conoscenza dello scopo dell’esperimento né obbligati al rito dell’abluzione, ma si è visto che coloro che avevano provveduto al lavaggio delle mani sembravano molto più felici della soluzione adottata rispetto a quanti non lo avevano fatto.

LAVARE I DUBBI - «Il gesto di lavarsi le mani ha il significato di cancellare i dubbi – ha spiegato al Daily Mail il professor Spike Wing Sing Lee – perché quando una persona prende una decisione, spesso è chiamata a scegliere fra due possibilità, in molti casi entrambe interessanti. Pensiamo alla scelta di una vacanza: Parigi o Roma? Dopo aver scelto ad esempio Parigi, uno è portato a giustificare tale soluzione sottolineando come la cucina francese sia migliore e la città abbia fantastici musei d’arte. Ovvero, ci si focalizza sugli aspetti positivi. Il nostro studio ha dimostrato che, dopo che le persone si sono lavate le mani, non si sentono più in dovere di giustificare la loro scelta, come se l’acqua avesse lavato via tutti i loro dubbi e la necessità compulsiva di dare una spiegazione alla decisione adottata».

COSCIENZA - Non solo. Come detto, il gesto di lavarsi le mani rappresenterebbe anche un modo per «pulirsi la coscienza», come ha confermato un altro degli esperti che ha condotto l’esperimento, il professor Norbert Schwarz alla rivista Science. «Il risultato del test dimostra come il gesto di lavarsi le mani aiuti psicologicamente le persone a “cancellare” le tracce di comportamenti immorali tenuti in passato, quasi non fossero mai successi».

Fonte: http://www.corriere.it

lunedì 17 maggio 2010

Chi dorme non piglia pesci, però...

Poche ore di sonno a notte per molti anni metterebbero a maggior rischio di morte prematura. Ma anche dormire troppo può essere indice di salute non perfetta.

MILANO – Dormire poco, cioè meno di 6 ore a notte per molti anni, aumenterebbe il rischio di morte prematura del 12 per cento nell'arco di 25 anni. D'altra parte anche indugiare troppo fra le braccia di Morfeo (più di nove ore a notte con continuità) parrebbe legato a una maggior frequenza di malattie. A queste conclusioni è giunto un team guidato dall'italiano Francesco Cappuccio, direttore dello «Sleep, Health and Society Programme» («Programma Sonno, Salute e Società» dell'Università di Warwick, in Gran Bratagna, insieme a ricercatori dell'università Federico II di Napoli.

LO STUDIO - Lo studio, in realtà, è una metanalisi, cioè la revisione sistematica di 16 lavori condotti in diversi Paesi del mondo su un totale di 1,3 milioni di persone. Secondo quanto riferito sulla rivista Sleep, dove è stata pubblicata la ricerca, l'idea è che dormire poco a lungo termine causi malattie (cioè che ci sia una relazione di causa-effetto tra poco sonno e malattie) e che invece dormire troppo sia piuttosto un indicatore di un cattivo stato di salute, un campanello d'allarme, quindi, non una causa.

TEMPI MODERNI – Gli studiosi confermano la nozione diffusa che l'ideale sarebbe dormire 6-8 ore a notte. «La società moderna ha visto una graduale diminuzione della media di ore dormite per notte e questi comportamenti sono molto comuni tra i lavoratori. Questo suggerisce una particolare pressione sociale a lavorare sempre più a lungo». Ma «dall'altra parte il deterioramento del nostro stato di salute è spesso accompagnato da un prolungamento delle ore di sonno», rileva l'esperto. Dunque, conclude, serviranno ulteriori studi per capire come mai il sonno sembra essere così importante per una buona salute.

Eva Perasso
[www.corriere.it]

lunedì 10 maggio 2010

Quando l'abbronzatura diventa una droga

MILANO – Mai abbastanza scuri, angosciati dallo spettro del pallore incombente e devoti del lettino solare: ecco l’identikit dei «tanoressici», nerissimi rappresentanti di una forma di dipendenza nuova e pericolosa, quella della tintarella a tutti i costi. Si tratterebbe di un vero e proprio stato patologico che non solo mette a rischio la salute della pelle, ma spesso si intreccia con altre fragilità, come l’ansia e l’abuso di alcol e droghe. A sostenerlo è uno studio americano apparso sull’ultimo numero della rivista Archives of Dermatology. Intanto,da questa parte dell’oceano, i dermatologi italiani danno appuntamento il 10 maggio per l’Euromelanoma Day e ricordano che prima dei 30 anni l'esposizione alle lampade abbronzanti aumenta del 75 per cento il rischio di sviluppare un melanoma.

LO STUDIO: UNO SU TRE SCHIAVO DELLE LAMPADE – Catherine Mosher, del dipartimento di Psichiatria e Scienze del comportamento del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York e Sharon Danoff-Burg, del dipartimento di Psicologia dell’università di Albany hanno intervistato 421 studenti di college, dei quali 229 avevano fatto uso di lampade solari. Fra loro, circa il 35 per cento mostrava segni di dipendenza patologica da forzati dell’abbronzatura. I ragazzi sono stati sottoposti a test tradizionalmente usati per rilevare disturbi da abuso di sostanze, che includono domande come: «Quando ti svegli al mattino vorresti fare un lettino solare? Hai mai mancato un appuntamento per andare al solarium? Ti senti mai in colpa per usare così tanto apparecchiature abbronzanti?». Il tutto unito a questionari su ansia e depressione.

«VORREI SMETTERE MA …» - La parola «tanoressia» è un neologismo coniato qualche anno fa unendo l’inglese «tan», abbronzatura, all’anoressia. Come gli anoressici non si vedono mai abbastanza magri, i tanoressici non si vedono mai abbastanza scuri. E proprio come alcolisti e tabagisti, sanno benissimo quali rischi corrono, ma non riescono a dire basta. Tutti gli utilizzatori compulsivi intervistati da Mosher e Danoff-Burg hanno dichiarato di conoscere i rischi di tumore della pelle ma quasi nessuno rinuncia per questo alla carnagione ultradorata. Il 78 per cento di loro ha tentato invano di dare un taglio alle sedute in solarium e si è sentito in colpa per questo. Inoltre, più dei loro coetanei pallidi mostrano segni di ansia e più di loro usano alcol, marijuana e altre droghe. Quale sarebbe il nesso? Secondo gli autori, sia l’abuso di raggi Uv sia quello di sostanze possono essere considerati mezzi per regolare le emozioni e gestire la sofferenza. Un’altra ipotesi sollevata da altre ricerche (ma mai confermata) è che l’abbronzatura stimoli il rilascio di endorfine, sostanze prodotte dall’organismo legate a sensazioni di euforia e piacere.

MA LA TANORESSIA ESISTE DAVVERO? - Vale la pena «inventare » una nuova patologia? Mariella Orsi, sociologa e responsabile del Ce.S.D.A. (Centro Studi, Ricerca e Documentazione dipendenze e Aids) del Dipartimento Dipendenze dell’A. U.S.L. 10 di Firenze preferisce essere cauta: «È un campo tutto da studiare, ma penso che discuterne, evitando magari di parlare già di “dipendenza da” e di “dipendenze multiple”, sia utile. Serve a percepire nuovi comportamenti di carattere compulsivo nella nostra epoca – basti pensare alle dipendenza da internet o dal gratta e vinci -. La tanning addiction può manifestarsi nei giovani, ma non solo (quanti cinquantenni ultra-abbronzati si vedono al mare e in montagna?) , in persone a disagio, che fanno fatica ad accettarsi, e innescare un circolo vizioso per cui il colore non è mai abbastanza. È importante sapere che certi comportamenti sono in aumento e che sono un pericolo per la salute, come ben sanno i dermatologi».

RISCHI ALTI PER I PIU’ GIOVANI - Prima dei 30 anni la tintarella artificiale aumenta del 75 per cento il rischio di sviluppare un melanoma, il più aggressivo fra i tumori della pelle. Lo ha accertato l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che nel 2009 ha classificato le lampade solari come cancerogeni certi, e lo ricordano i dermatologi in occasione della prima edizione italiana dell'Euromelanoma Day, una giornata dedicata alla prevenzione e alla diagnosi precoce dei tumori cutanei. Organizzata dalla SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse), l’iniziativa si terrà lunedì 10 maggio. Nelle principali città italiane, dermatologi volontari incontreranno i cittadini per fornire informazioni e offrire screening gratuiti della cute. Per conoscere l’elenco dei centri si può chiamare il numero verde 800-591309 o consultare il sito internet www.sidemast.org.

EVITARE IL FAI-DA-TE – Ma quanti sono i consumatori compulsivi di Uv in Italia? «Non si sa. Mancano i dati, non li hanno neppure nei Paesi con i divieti più severi, come Regno Unito e Brasile» risponde Danilo Garone, responsabile del settore Benessere della Cna (Confederazione nazionale artigianato e piccola e media impresa). «È innegabile che ci sia un uso un po’ smodato dell’abbronzatura, un fatto di moda e costume che soprattutto i giovani non sanno governare – prosegue - . Per questo è essenziale la presenza di personale preparato accanto alle apparecchiature, come del resto prevede la legge. Non dimentichiamo che fino a qualche tempo fa in Italia c’erano le lampade a gettone, che il cliente gestiva a piacere senza un’estetista che vigilasse e informasse sulle precauzioni corrette, come togliersi le lenti a contatto o evitare la seduta se si assumono farmaci. I ragazzi devono sapere che i danni provocati a 18 anni non si vedono dopo sei mesi, ma 40, con invecchiamento precoce e patologie varie, fra cui i tumori della pelle».

IL FAR WEST DELLA TINTARELLA - In realtà siamo ancora lontani da una vera tutela dell’utenza, che resta nelle mani della serietà dei singoli esercenti. Alla fine del 2009 un’indagine diAltroconsumo in 50 centri abbronzanti di otto città ha dimostrato che i clienti si possono arrostire senza limiti, le norme non ci sono (solo la regione Piemonte ha un regolamento regionale in materia che permette di applicare la legge) e i controlli delle Asl sono eccezioni. Nella gran parte dei casi le porte delle docce solari si sono spalancate per ragazze bianchissime, senza occhialini protettivi, senza domande sul tipo di pelle o sull’uso di farmaci fotosensibilizzanti (antibiotici, pillola anticoncezionale). I minori? Nell’80 per cento dei centri sono i benvenuti.

Donatella Barus

lunedì 3 maggio 2010

Obesità e sovrappeso: descrizione, cause e trattamento

L’obesità è una malattia cronica caratterizzata da un accumulo anormale o eccessivo di grasso nel tessuto adiposo tale che la salute ne può essere danneggiata.
Il parametro più semplice e quindi più utilizzato per valutare il livello di peso di un individuo e quindi definire il grado di sovrappeso o obesità è l'Indice di Massa Corporea (IMC) o Body Mass Index (BMI), che si ottiene dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri (kg/m).

La classificazione del peso in base al BMI deriva dall’osservazione dell’esistenza di una relazione tra livelli di BMI e rischio di malattia (soprattutto diabete di tipo 2, dislipidemia, ipertensione arteriosa, malattie cardiovascolari) e di morte. Il rischio minore è presente nei soggetti con BMI compreso tra 18,5 e 24,9 (area del normopeso), il maggiore in quelli con BMI elevato o basso, come indicato dalla seguente tabella:

ClassificazioneBMI (Kg/m2)Rischio di malattia
Sottopeso<>Basso (aumento del rischio per altri problemi clinici)
Normopeso18,5-24.9Normale
Sovrappeso25,0-29,9Aumentato
Obesità classe I30,0-34,9Moderato
Obesità classe II35,0-39,9Severo
Obesità classe III≥ 40Molto severo

Siccome il tessuto adiposo localizzato nella regione addominale è associato ad un più elevato rischio per la salute rispetto a quello collocato in regioni periferiche (glutei e gambe), è indicato misurare, oltre al peso e all’altezza, anche la circonferenza vita, che è un buon indice della massa adiposa intra-addominale e del grasso totale corporeo. Nella seguente tabella sono riportati le misure della circonferenza vita negli uomini e nelle donne a cui si associa un aumento del rischio.

Rischio sostanzialmente aumentatoRischio aumentato
Uomini≥ 102≥ 94
Donne≥ 88≥ 80

La prevalenza del sovrappeso e dell’obesità, pur avendo mostrato un incremento costante dopo la seconda guerra mondiale, negli ultimi dieci anni è aumentata in modo preoccupante non solo nei paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo, tanto che nel 1998 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per descrivere questo fenomeno, ha coniato il termine “epidemia globale dell’obesità”.
In Italia, secondo l’ultima indagine ISTAT del 2000, la prevalenza del sovrappeso e dell’obesità è rispettivamente del 33,1% (41% negli uomini e 25,7% nelle donne) e del 9,7% (9,5% negli uomini e 9,9% nelle donne).

Cause dell’obesità

Il sovrappeso e l’obesità si formano per l’interazione di fattori genetici e ambientali, che portano a sviluppare per un lungo periodo di tempo un bilancio energetico positivo (calorie assunte maggiori di quelle consumate).
In particolare i fattori genetici sembrano agire come fattori predisponenti, che aumentano il rischio di sviluppare un bilancio energetico positivo, e quindi una condizione di sovrappeso o di obesità, quando si è esposti a un ambiente che lo permette, ovvero a determinati fattori ambientali o fattori precipitanti. I fattori genetici sono anche quelli che spiegano la pressione biologica a recuperare il peso perduto esercitata sul nostro organismo, se ad esso non si associano strategie cognitivo-comportamentali per il suo mantenimento.

I fattori ambientali che intervengono sui fattori genetici sono l’alimentazione in eccesso, in particolare iperlipidica e ipercalorica, e/o la ridotta attività fisica. Essi, però, non sono il frutto di una libera scelta individuale, ma sono condizionati da numerosi e insidiosi fattori sociali, che hanno avuto e hanno conseguenze negative sul modo di alimentarsi e sui livelli di attività fisica, ovvero la modernizzazione e la globalizzazione, l’urbanizzazione (attraverso altri fattori quali i trasporti, la comunicazione, la disponibilità di cibo, i servizi sanitari e la modificazione dell’occupazione), lo stato socioeconomico, le attitudini nei confronti della salute e del fitness, l’immagine corporea (nel senso di una maggiore importanza data alla magrezza), il governo e le autorità locali (che contribuiscono con le loro azioni alla riduzione dell’attività fisica e all’aumento dell’assunzione di cibi ipercalorici), i fast-food (che sono ormai dilaganti e offrono cibi ricchi di grassi e poveri di carboidrati complessi), il marketing, la pubblicità e i media e i consumatori (che influenzano la domanda di prodotti alimentari che favoriscono lo sviluppo dell’obesità).

Altri fattori che favoriscono lo sviluppo dell’obesità sono il sesso (quello femminile è più predisposto a sviluppare l’obesità), i periodi della vita (soprattutto periodo prenatale, rimbalzo adiposo tra i 5 e i 7 anni, adolescenza, prima età adulta, gravidanza e menopausa), l’etnicità (alcuni gruppi etnici, se esposti alla cultura occidentale sono molto esposti all’obesità e alle sue complicanze), la sospensione del fumo, l’eccessiva assunzione di alcol, farmaci (es. glucorticoidi, neurolettici, betabloccanti), lo stress (soprattutto quello emotivo ovvero la depressione), la riduzione improvvisa dell’attività fisica, le modificazioni delle circostanze sociali (es. matrimonio, nascita figli, variazioni climatiche), i danni al sistema nervoso centrale, le disfunzioni endocrine (es. sindrome di Cushing, ipotiroidismo, ipogonadismo) e le malattie infettive.

Su questi fattori intervengono poi quelli di mantenimento, che sono quelli che, indipendentemente dalle cause che hanno creato un problema, lo mantengono e quindi sono quelli su cui è possibile intervenire. Essi sono comportamenti disfunzionali come la dieta (che per via di fattori biologici se non equilibrata o se fatta per troppo tempo può favorire l’acquisto di peso, invece della sua riduzione), alimentazione in eccesso o vere e proprie abbuffate, livelli dell’attività fisica non sufficienti a compensare le entrate energetiche, emozioni disfunzionali che facilitano il ricorso al cibo come soluzione a problemi o fonte di gratificazione alternativa, pensieri, preoccupazioni o vere e proprie convinzioni disfunzionali circa l’attività fisica, il peso e le forme corporei, oltre a mancanza di abilità nel fronteggiare situazioni ad alto rischio di mangiare in eccesso o di non compiere attività fisica, stress e stile di vita sbilanciato dal punto di vista del rapporto tra doveri e piaceri, eccessive situazioni ad alto rischio esterne, monitoraggio inadeguato o assente soprattutto dell’alimentazione, ma anche dei livelli di attività fisica e dell’andamento del peso, problemi emotivi (es. ansia e depressione) ed interpersonali.

Trattamento multidisciplinare dell’obesità

Essendo la condizione di obesità, come detto, determinata e mantenuta da più fattori di tipo diverso, anche il suo trattamento dovrà essere orientato su più aspetti, come dimostrano i risultati delle ultime ricerche scientifiche in questo campo.
Innanzitutto, rimane centrale modificare lo stile di vita, intervenendo sugli aspetti nutrizionali con una prescrizione dietetica moderatamente ipocalorica e a basso contenuto di grassi, e aumentando i livelli di attività fisica.

Siccome, però, esiste una pressione biologica a recuperare il peso perduto, per raggiungere l’obiettivo del mantenimento del peso perduto a lungo termine, che è il vero obiettivo e la difficoltà maggiore nella cura dell’obesità, oltre che su questi aspetti centrali, è necessario interviene anche su quelli di tipo più cognitivo-comportamentale, ovvero legati al nostro comportamento e ai nostri processi mentali.
Essi comprendono imparare a monitorare e gestire la propria alimentazione, il proprio peso e i propri livelli di attività fisica, migliorare le proprie abilità di fronteggiamento dello stress e delle situazioni ad alto rischio, imparare strategie più efficaci per il superamento dei problemi, modificare le proprie abitudini nel senso di un maggiore equilibrio tra doveri e piaceri, soprattutto con una maggiore attenzione ad attività gratificanti e piacevoli, per rompere l’associazione tra cibo e fonte di gratificazione, riconoscere e superare emozioni disfunzionali, soprattutto negative, e riconoscere e ristrutturare pensieri e convinzioni disfunzionali su attività fisica, peso e forme corporei.

Questo rende chiaro come sia sempre più indispensabile nella cura dell’obesità associare gli interventi di professionalità diverse quali il medico, il dietologo o dietista e lo psicologo.

Dott.ssa Nazaria Palmerone

martedì 27 aprile 2010

Pubblicità ingannevole sul gioco d'azzardo

Una recente campagna pubblicitaria in favore del gioco d’azzardo ha diffuso uno spot televisivo dove si fa esplicito riferimento alla serotonina, quale neurotrasmettitore prodotto dall’emozione del gioco. In particolare, una donna, le cui fattezze sono nascoste da elaborazioni grafiche molto colorate, descrive la soddisfazione ed il piacere del gioco, che le fa produrre serotonina.

“E’ evidente l’intento dello spot di associare l’attività del gioco d’azzardo ad effetti positivi ed alla felicità. Infatti - ha spiegato l’Avvocato Donatella Mazza, che ha segnalato il caso come una violazione delle norme a tutela del consumatore sia all’Antitrust e all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicità - la serotonina è universalmente associata, almeno a livello divulgativo, alla felicità ed al buon umore oltre che alla cioccolata, e, comunque, a concetti di alto valore positivo.

Non si può ignorare, però, che in questi ultimi mesi le cronache parlano di drammi proprio legati al gioco.Nella forma patologica, il gioco d’azzardo è infatti un disturbo classificato dall’Associazione Psichiatrica Americana tra i “Disturbi del controllo degli impulsi”, con forti affinità e similitudini, soprattutto con l’abuso di sostanze e le dipendenze, nonché con i Disturbi Ossessivo Compulsivi. I giocatori compulsivi (o patologici) sono individui che, nel tempo, sviluppano una progressiva quanto cronica incapacità di resistere all’impulso di giocare; per i giocatori sociali, invece, il gioco d’azzardo resta uno svago in cui investire deliberatamente parte del proprio tempo e del proprio denaro. Per alcuni di loro, tuttavia, tale divertimento si trasformerà in dipendenza.

“In ogni caso - ha commentato l’Avv. Mazza - il gioco non è un’attività produttiva, perché non produce ricchezza: la sposta soltanto, con un incremento soprattutto nei periodi di crisi, come quello attuale. Appare dunque grave e meschino trasmettere messaggi così distorsivi della realtà, senza minimamente tener conto dell’impatto negativo che il gioco ha, inevitabilmente, sul piano personale, lavorativo, familiare e sociale, alimentando false speranze e spingendo le persone a credere che, davvero, il gioco possa avere effetti positivi sul proprio benessere”.

Fonte: Ufficio stampa Inmediares
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=27884