« La psicologia si occupa dei "giochi" della mente: studia le partite che le persone giocano fra loro
e le neuroscienze studiano i mezzi con cui giocare: un bastone può servire al battitore per colpire la palla che il lanciatore gli lancia in una partita di baseball, ma lo stesso bastone può servire a qualcun altro per rompere la faccia di un amico. »
Luciano Mecacci

lunedì 24 maggio 2010

Io me ne lavo le mani!

Lavare le mani per lavar via il senso di colpa. Ma anche per rafforzare una decisione presa e che, magari, non convince del tutto. Un po’ come fece Ponzio Pilato, quando mandò a morte Gesù, lavandosene poi le mani. Una teoria che trova oggi conferma scientifica nello studio di un team di psicologi dell’Università del Michigan, che ha monitorato il comportamento di un gruppo di 40 studenti, a cui era stato chiesto di scegliere fra un cd o un vasetto di marmellata e di lavarsi le mani subito dopo la decisione presa. Ovviamente, i partecipanti al test non erano a conoscenza dello scopo dell’esperimento né obbligati al rito dell’abluzione, ma si è visto che coloro che avevano provveduto al lavaggio delle mani sembravano molto più felici della soluzione adottata rispetto a quanti non lo avevano fatto.

LAVARE I DUBBI - «Il gesto di lavarsi le mani ha il significato di cancellare i dubbi – ha spiegato al Daily Mail il professor Spike Wing Sing Lee – perché quando una persona prende una decisione, spesso è chiamata a scegliere fra due possibilità, in molti casi entrambe interessanti. Pensiamo alla scelta di una vacanza: Parigi o Roma? Dopo aver scelto ad esempio Parigi, uno è portato a giustificare tale soluzione sottolineando come la cucina francese sia migliore e la città abbia fantastici musei d’arte. Ovvero, ci si focalizza sugli aspetti positivi. Il nostro studio ha dimostrato che, dopo che le persone si sono lavate le mani, non si sentono più in dovere di giustificare la loro scelta, come se l’acqua avesse lavato via tutti i loro dubbi e la necessità compulsiva di dare una spiegazione alla decisione adottata».

COSCIENZA - Non solo. Come detto, il gesto di lavarsi le mani rappresenterebbe anche un modo per «pulirsi la coscienza», come ha confermato un altro degli esperti che ha condotto l’esperimento, il professor Norbert Schwarz alla rivista Science. «Il risultato del test dimostra come il gesto di lavarsi le mani aiuti psicologicamente le persone a “cancellare” le tracce di comportamenti immorali tenuti in passato, quasi non fossero mai successi».

Fonte: http://www.corriere.it

lunedì 17 maggio 2010

Chi dorme non piglia pesci, però...

Poche ore di sonno a notte per molti anni metterebbero a maggior rischio di morte prematura. Ma anche dormire troppo può essere indice di salute non perfetta.

MILANO – Dormire poco, cioè meno di 6 ore a notte per molti anni, aumenterebbe il rischio di morte prematura del 12 per cento nell'arco di 25 anni. D'altra parte anche indugiare troppo fra le braccia di Morfeo (più di nove ore a notte con continuità) parrebbe legato a una maggior frequenza di malattie. A queste conclusioni è giunto un team guidato dall'italiano Francesco Cappuccio, direttore dello «Sleep, Health and Society Programme» («Programma Sonno, Salute e Società» dell'Università di Warwick, in Gran Bratagna, insieme a ricercatori dell'università Federico II di Napoli.

LO STUDIO - Lo studio, in realtà, è una metanalisi, cioè la revisione sistematica di 16 lavori condotti in diversi Paesi del mondo su un totale di 1,3 milioni di persone. Secondo quanto riferito sulla rivista Sleep, dove è stata pubblicata la ricerca, l'idea è che dormire poco a lungo termine causi malattie (cioè che ci sia una relazione di causa-effetto tra poco sonno e malattie) e che invece dormire troppo sia piuttosto un indicatore di un cattivo stato di salute, un campanello d'allarme, quindi, non una causa.

TEMPI MODERNI – Gli studiosi confermano la nozione diffusa che l'ideale sarebbe dormire 6-8 ore a notte. «La società moderna ha visto una graduale diminuzione della media di ore dormite per notte e questi comportamenti sono molto comuni tra i lavoratori. Questo suggerisce una particolare pressione sociale a lavorare sempre più a lungo». Ma «dall'altra parte il deterioramento del nostro stato di salute è spesso accompagnato da un prolungamento delle ore di sonno», rileva l'esperto. Dunque, conclude, serviranno ulteriori studi per capire come mai il sonno sembra essere così importante per una buona salute.

Eva Perasso
[www.corriere.it]

lunedì 10 maggio 2010

Quando l'abbronzatura diventa una droga

MILANO – Mai abbastanza scuri, angosciati dallo spettro del pallore incombente e devoti del lettino solare: ecco l’identikit dei «tanoressici», nerissimi rappresentanti di una forma di dipendenza nuova e pericolosa, quella della tintarella a tutti i costi. Si tratterebbe di un vero e proprio stato patologico che non solo mette a rischio la salute della pelle, ma spesso si intreccia con altre fragilità, come l’ansia e l’abuso di alcol e droghe. A sostenerlo è uno studio americano apparso sull’ultimo numero della rivista Archives of Dermatology. Intanto,da questa parte dell’oceano, i dermatologi italiani danno appuntamento il 10 maggio per l’Euromelanoma Day e ricordano che prima dei 30 anni l'esposizione alle lampade abbronzanti aumenta del 75 per cento il rischio di sviluppare un melanoma.

LO STUDIO: UNO SU TRE SCHIAVO DELLE LAMPADE – Catherine Mosher, del dipartimento di Psichiatria e Scienze del comportamento del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York e Sharon Danoff-Burg, del dipartimento di Psicologia dell’università di Albany hanno intervistato 421 studenti di college, dei quali 229 avevano fatto uso di lampade solari. Fra loro, circa il 35 per cento mostrava segni di dipendenza patologica da forzati dell’abbronzatura. I ragazzi sono stati sottoposti a test tradizionalmente usati per rilevare disturbi da abuso di sostanze, che includono domande come: «Quando ti svegli al mattino vorresti fare un lettino solare? Hai mai mancato un appuntamento per andare al solarium? Ti senti mai in colpa per usare così tanto apparecchiature abbronzanti?». Il tutto unito a questionari su ansia e depressione.

«VORREI SMETTERE MA …» - La parola «tanoressia» è un neologismo coniato qualche anno fa unendo l’inglese «tan», abbronzatura, all’anoressia. Come gli anoressici non si vedono mai abbastanza magri, i tanoressici non si vedono mai abbastanza scuri. E proprio come alcolisti e tabagisti, sanno benissimo quali rischi corrono, ma non riescono a dire basta. Tutti gli utilizzatori compulsivi intervistati da Mosher e Danoff-Burg hanno dichiarato di conoscere i rischi di tumore della pelle ma quasi nessuno rinuncia per questo alla carnagione ultradorata. Il 78 per cento di loro ha tentato invano di dare un taglio alle sedute in solarium e si è sentito in colpa per questo. Inoltre, più dei loro coetanei pallidi mostrano segni di ansia e più di loro usano alcol, marijuana e altre droghe. Quale sarebbe il nesso? Secondo gli autori, sia l’abuso di raggi Uv sia quello di sostanze possono essere considerati mezzi per regolare le emozioni e gestire la sofferenza. Un’altra ipotesi sollevata da altre ricerche (ma mai confermata) è che l’abbronzatura stimoli il rilascio di endorfine, sostanze prodotte dall’organismo legate a sensazioni di euforia e piacere.

MA LA TANORESSIA ESISTE DAVVERO? - Vale la pena «inventare » una nuova patologia? Mariella Orsi, sociologa e responsabile del Ce.S.D.A. (Centro Studi, Ricerca e Documentazione dipendenze e Aids) del Dipartimento Dipendenze dell’A. U.S.L. 10 di Firenze preferisce essere cauta: «È un campo tutto da studiare, ma penso che discuterne, evitando magari di parlare già di “dipendenza da” e di “dipendenze multiple”, sia utile. Serve a percepire nuovi comportamenti di carattere compulsivo nella nostra epoca – basti pensare alle dipendenza da internet o dal gratta e vinci -. La tanning addiction può manifestarsi nei giovani, ma non solo (quanti cinquantenni ultra-abbronzati si vedono al mare e in montagna?) , in persone a disagio, che fanno fatica ad accettarsi, e innescare un circolo vizioso per cui il colore non è mai abbastanza. È importante sapere che certi comportamenti sono in aumento e che sono un pericolo per la salute, come ben sanno i dermatologi».

RISCHI ALTI PER I PIU’ GIOVANI - Prima dei 30 anni la tintarella artificiale aumenta del 75 per cento il rischio di sviluppare un melanoma, il più aggressivo fra i tumori della pelle. Lo ha accertato l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che nel 2009 ha classificato le lampade solari come cancerogeni certi, e lo ricordano i dermatologi in occasione della prima edizione italiana dell'Euromelanoma Day, una giornata dedicata alla prevenzione e alla diagnosi precoce dei tumori cutanei. Organizzata dalla SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse), l’iniziativa si terrà lunedì 10 maggio. Nelle principali città italiane, dermatologi volontari incontreranno i cittadini per fornire informazioni e offrire screening gratuiti della cute. Per conoscere l’elenco dei centri si può chiamare il numero verde 800-591309 o consultare il sito internet www.sidemast.org.

EVITARE IL FAI-DA-TE – Ma quanti sono i consumatori compulsivi di Uv in Italia? «Non si sa. Mancano i dati, non li hanno neppure nei Paesi con i divieti più severi, come Regno Unito e Brasile» risponde Danilo Garone, responsabile del settore Benessere della Cna (Confederazione nazionale artigianato e piccola e media impresa). «È innegabile che ci sia un uso un po’ smodato dell’abbronzatura, un fatto di moda e costume che soprattutto i giovani non sanno governare – prosegue - . Per questo è essenziale la presenza di personale preparato accanto alle apparecchiature, come del resto prevede la legge. Non dimentichiamo che fino a qualche tempo fa in Italia c’erano le lampade a gettone, che il cliente gestiva a piacere senza un’estetista che vigilasse e informasse sulle precauzioni corrette, come togliersi le lenti a contatto o evitare la seduta se si assumono farmaci. I ragazzi devono sapere che i danni provocati a 18 anni non si vedono dopo sei mesi, ma 40, con invecchiamento precoce e patologie varie, fra cui i tumori della pelle».

IL FAR WEST DELLA TINTARELLA - In realtà siamo ancora lontani da una vera tutela dell’utenza, che resta nelle mani della serietà dei singoli esercenti. Alla fine del 2009 un’indagine diAltroconsumo in 50 centri abbronzanti di otto città ha dimostrato che i clienti si possono arrostire senza limiti, le norme non ci sono (solo la regione Piemonte ha un regolamento regionale in materia che permette di applicare la legge) e i controlli delle Asl sono eccezioni. Nella gran parte dei casi le porte delle docce solari si sono spalancate per ragazze bianchissime, senza occhialini protettivi, senza domande sul tipo di pelle o sull’uso di farmaci fotosensibilizzanti (antibiotici, pillola anticoncezionale). I minori? Nell’80 per cento dei centri sono i benvenuti.

Donatella Barus

lunedì 3 maggio 2010

Obesità e sovrappeso: descrizione, cause e trattamento

L’obesità è una malattia cronica caratterizzata da un accumulo anormale o eccessivo di grasso nel tessuto adiposo tale che la salute ne può essere danneggiata.
Il parametro più semplice e quindi più utilizzato per valutare il livello di peso di un individuo e quindi definire il grado di sovrappeso o obesità è l'Indice di Massa Corporea (IMC) o Body Mass Index (BMI), che si ottiene dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri (kg/m).

La classificazione del peso in base al BMI deriva dall’osservazione dell’esistenza di una relazione tra livelli di BMI e rischio di malattia (soprattutto diabete di tipo 2, dislipidemia, ipertensione arteriosa, malattie cardiovascolari) e di morte. Il rischio minore è presente nei soggetti con BMI compreso tra 18,5 e 24,9 (area del normopeso), il maggiore in quelli con BMI elevato o basso, come indicato dalla seguente tabella:

ClassificazioneBMI (Kg/m2)Rischio di malattia
Sottopeso<>Basso (aumento del rischio per altri problemi clinici)
Normopeso18,5-24.9Normale
Sovrappeso25,0-29,9Aumentato
Obesità classe I30,0-34,9Moderato
Obesità classe II35,0-39,9Severo
Obesità classe III≥ 40Molto severo

Siccome il tessuto adiposo localizzato nella regione addominale è associato ad un più elevato rischio per la salute rispetto a quello collocato in regioni periferiche (glutei e gambe), è indicato misurare, oltre al peso e all’altezza, anche la circonferenza vita, che è un buon indice della massa adiposa intra-addominale e del grasso totale corporeo. Nella seguente tabella sono riportati le misure della circonferenza vita negli uomini e nelle donne a cui si associa un aumento del rischio.

Rischio sostanzialmente aumentatoRischio aumentato
Uomini≥ 102≥ 94
Donne≥ 88≥ 80

La prevalenza del sovrappeso e dell’obesità, pur avendo mostrato un incremento costante dopo la seconda guerra mondiale, negli ultimi dieci anni è aumentata in modo preoccupante non solo nei paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo, tanto che nel 1998 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per descrivere questo fenomeno, ha coniato il termine “epidemia globale dell’obesità”.
In Italia, secondo l’ultima indagine ISTAT del 2000, la prevalenza del sovrappeso e dell’obesità è rispettivamente del 33,1% (41% negli uomini e 25,7% nelle donne) e del 9,7% (9,5% negli uomini e 9,9% nelle donne).

Cause dell’obesità

Il sovrappeso e l’obesità si formano per l’interazione di fattori genetici e ambientali, che portano a sviluppare per un lungo periodo di tempo un bilancio energetico positivo (calorie assunte maggiori di quelle consumate).
In particolare i fattori genetici sembrano agire come fattori predisponenti, che aumentano il rischio di sviluppare un bilancio energetico positivo, e quindi una condizione di sovrappeso o di obesità, quando si è esposti a un ambiente che lo permette, ovvero a determinati fattori ambientali o fattori precipitanti. I fattori genetici sono anche quelli che spiegano la pressione biologica a recuperare il peso perduto esercitata sul nostro organismo, se ad esso non si associano strategie cognitivo-comportamentali per il suo mantenimento.

I fattori ambientali che intervengono sui fattori genetici sono l’alimentazione in eccesso, in particolare iperlipidica e ipercalorica, e/o la ridotta attività fisica. Essi, però, non sono il frutto di una libera scelta individuale, ma sono condizionati da numerosi e insidiosi fattori sociali, che hanno avuto e hanno conseguenze negative sul modo di alimentarsi e sui livelli di attività fisica, ovvero la modernizzazione e la globalizzazione, l’urbanizzazione (attraverso altri fattori quali i trasporti, la comunicazione, la disponibilità di cibo, i servizi sanitari e la modificazione dell’occupazione), lo stato socioeconomico, le attitudini nei confronti della salute e del fitness, l’immagine corporea (nel senso di una maggiore importanza data alla magrezza), il governo e le autorità locali (che contribuiscono con le loro azioni alla riduzione dell’attività fisica e all’aumento dell’assunzione di cibi ipercalorici), i fast-food (che sono ormai dilaganti e offrono cibi ricchi di grassi e poveri di carboidrati complessi), il marketing, la pubblicità e i media e i consumatori (che influenzano la domanda di prodotti alimentari che favoriscono lo sviluppo dell’obesità).

Altri fattori che favoriscono lo sviluppo dell’obesità sono il sesso (quello femminile è più predisposto a sviluppare l’obesità), i periodi della vita (soprattutto periodo prenatale, rimbalzo adiposo tra i 5 e i 7 anni, adolescenza, prima età adulta, gravidanza e menopausa), l’etnicità (alcuni gruppi etnici, se esposti alla cultura occidentale sono molto esposti all’obesità e alle sue complicanze), la sospensione del fumo, l’eccessiva assunzione di alcol, farmaci (es. glucorticoidi, neurolettici, betabloccanti), lo stress (soprattutto quello emotivo ovvero la depressione), la riduzione improvvisa dell’attività fisica, le modificazioni delle circostanze sociali (es. matrimonio, nascita figli, variazioni climatiche), i danni al sistema nervoso centrale, le disfunzioni endocrine (es. sindrome di Cushing, ipotiroidismo, ipogonadismo) e le malattie infettive.

Su questi fattori intervengono poi quelli di mantenimento, che sono quelli che, indipendentemente dalle cause che hanno creato un problema, lo mantengono e quindi sono quelli su cui è possibile intervenire. Essi sono comportamenti disfunzionali come la dieta (che per via di fattori biologici se non equilibrata o se fatta per troppo tempo può favorire l’acquisto di peso, invece della sua riduzione), alimentazione in eccesso o vere e proprie abbuffate, livelli dell’attività fisica non sufficienti a compensare le entrate energetiche, emozioni disfunzionali che facilitano il ricorso al cibo come soluzione a problemi o fonte di gratificazione alternativa, pensieri, preoccupazioni o vere e proprie convinzioni disfunzionali circa l’attività fisica, il peso e le forme corporei, oltre a mancanza di abilità nel fronteggiare situazioni ad alto rischio di mangiare in eccesso o di non compiere attività fisica, stress e stile di vita sbilanciato dal punto di vista del rapporto tra doveri e piaceri, eccessive situazioni ad alto rischio esterne, monitoraggio inadeguato o assente soprattutto dell’alimentazione, ma anche dei livelli di attività fisica e dell’andamento del peso, problemi emotivi (es. ansia e depressione) ed interpersonali.

Trattamento multidisciplinare dell’obesità

Essendo la condizione di obesità, come detto, determinata e mantenuta da più fattori di tipo diverso, anche il suo trattamento dovrà essere orientato su più aspetti, come dimostrano i risultati delle ultime ricerche scientifiche in questo campo.
Innanzitutto, rimane centrale modificare lo stile di vita, intervenendo sugli aspetti nutrizionali con una prescrizione dietetica moderatamente ipocalorica e a basso contenuto di grassi, e aumentando i livelli di attività fisica.

Siccome, però, esiste una pressione biologica a recuperare il peso perduto, per raggiungere l’obiettivo del mantenimento del peso perduto a lungo termine, che è il vero obiettivo e la difficoltà maggiore nella cura dell’obesità, oltre che su questi aspetti centrali, è necessario interviene anche su quelli di tipo più cognitivo-comportamentale, ovvero legati al nostro comportamento e ai nostri processi mentali.
Essi comprendono imparare a monitorare e gestire la propria alimentazione, il proprio peso e i propri livelli di attività fisica, migliorare le proprie abilità di fronteggiamento dello stress e delle situazioni ad alto rischio, imparare strategie più efficaci per il superamento dei problemi, modificare le proprie abitudini nel senso di un maggiore equilibrio tra doveri e piaceri, soprattutto con una maggiore attenzione ad attività gratificanti e piacevoli, per rompere l’associazione tra cibo e fonte di gratificazione, riconoscere e superare emozioni disfunzionali, soprattutto negative, e riconoscere e ristrutturare pensieri e convinzioni disfunzionali su attività fisica, peso e forme corporei.

Questo rende chiaro come sia sempre più indispensabile nella cura dell’obesità associare gli interventi di professionalità diverse quali il medico, il dietologo o dietista e lo psicologo.

Dott.ssa Nazaria Palmerone

martedì 27 aprile 2010

Pubblicità ingannevole sul gioco d'azzardo

Una recente campagna pubblicitaria in favore del gioco d’azzardo ha diffuso uno spot televisivo dove si fa esplicito riferimento alla serotonina, quale neurotrasmettitore prodotto dall’emozione del gioco. In particolare, una donna, le cui fattezze sono nascoste da elaborazioni grafiche molto colorate, descrive la soddisfazione ed il piacere del gioco, che le fa produrre serotonina.

“E’ evidente l’intento dello spot di associare l’attività del gioco d’azzardo ad effetti positivi ed alla felicità. Infatti - ha spiegato l’Avvocato Donatella Mazza, che ha segnalato il caso come una violazione delle norme a tutela del consumatore sia all’Antitrust e all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicità - la serotonina è universalmente associata, almeno a livello divulgativo, alla felicità ed al buon umore oltre che alla cioccolata, e, comunque, a concetti di alto valore positivo.

Non si può ignorare, però, che in questi ultimi mesi le cronache parlano di drammi proprio legati al gioco.Nella forma patologica, il gioco d’azzardo è infatti un disturbo classificato dall’Associazione Psichiatrica Americana tra i “Disturbi del controllo degli impulsi”, con forti affinità e similitudini, soprattutto con l’abuso di sostanze e le dipendenze, nonché con i Disturbi Ossessivo Compulsivi. I giocatori compulsivi (o patologici) sono individui che, nel tempo, sviluppano una progressiva quanto cronica incapacità di resistere all’impulso di giocare; per i giocatori sociali, invece, il gioco d’azzardo resta uno svago in cui investire deliberatamente parte del proprio tempo e del proprio denaro. Per alcuni di loro, tuttavia, tale divertimento si trasformerà in dipendenza.

“In ogni caso - ha commentato l’Avv. Mazza - il gioco non è un’attività produttiva, perché non produce ricchezza: la sposta soltanto, con un incremento soprattutto nei periodi di crisi, come quello attuale. Appare dunque grave e meschino trasmettere messaggi così distorsivi della realtà, senza minimamente tener conto dell’impatto negativo che il gioco ha, inevitabilmente, sul piano personale, lavorativo, familiare e sociale, alimentando false speranze e spingendo le persone a credere che, davvero, il gioco possa avere effetti positivi sul proprio benessere”.

Fonte: Ufficio stampa Inmediares
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=27884

sabato 24 aprile 2010

Timidi ma Riflessivi: gli Introversi pensano di più

Guance che si arrossano, atteggiamento impacciato, difficoltà a fare amicizia: la timidezza non è solo una patina che ricopre di mistero e delicatezza le nostre azioni ma una caratteristica capace di condizionare la vita sociale in maniera invalidante. I ricercatori della Stony Brook University di New York, dell'Università del Sud Est e dell'Accademia Cinese delle Scienze hanno analizzato i meccanismi che regolano l'introversione, scoprendo che il cervello delle persone timide percepisce il mondo esterno in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti estroversi.

"Sensibilità per la Percezione Sensoriale - SPS": è questo il tratto della personalità che porta il 5-6 per cento della popolazione mondiale a comportarsi in modo inibito o addirittura nevrotico, e questo perché chi nasce con questa predisposizione è più sensibile della media agli input del mondo esterno, e ha bisogno di più tempo per prendere decisioni e riflettere. I soggetti "altamente sensibili" sono più coscienziosi, si annoiano facilmente con le chiacchiere inutili e manifestano queste caratteristiche fin da piccoli. I bambini timidi sono infatti "lenti a scaldarsi" nelle situazioni sociali, piangono al primo rimprovero, fanno domande insolite e hanno pensieri fin troppo profondi per la loro età. Da adulti, prestano maggiore attenzione ai dettagli e, quando elaborano le informazioni visive, mostrano un'attività cerebrale più intensa rispetto a coloro che non hanno la "SPS". Chi è timido, spiegano i ricercatori, vive insomma ogni esperienza con maggiore intensità e paga il prezzo di questa doppia sensibilità con una intolleranza genetica a rumore, dolore e caffeina, ovvero a tutto ciò che potenzialmente può minare l'equilibrio del sistema nervoso.

Per giungere a queste conclusioni gli studiosi si sono serviti di un gruppo di volontari, sottoponendo loro un questionario per distinguere i soggetti più da quelli meno sensibili. Successivamente, a 16 dei partecipanti è stato chiesto di mettere a confronto due vignette simili e di osservarne tutti i particolari, e contemporaneamente il cervello di ciascuno è stato esaminato con la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). Le persone timide hanno osservato le varie differenze per un tempo più lungo di quelle estroverse e hanno mostrato un'attività elevata nelle aree cerebrali che si occupano di associare percezioni visive e sensoriali. Il loro cervello insomma non ha semplicemente elaborato la percezione visiva, ma si è attivato per una lavorazione più profonda degli input.

Questa caratteristica della personalità si trova in oltre 100 specie animali diverse, dai moscerini della frutta ai primati, il che, secondo gli scienziati, sarebbe la spia di un vantaggio evolutivo. Questo è uno dei motivi per cui i biologi hanno iniziato a prendere in considerazione l'ipotesi che, all'interno della stessa specie, ci siano non una ma due personalità vincenti: il tipo sensibile, che rappresenta una minoranza e sceglie di riflettere più a lungo prima di agire, e quello capace di spingersi oltre ogni limite. La strategia della persona timida non è vantaggiosa quando le risorse sono abbondanti o c'è bisogno di azioni veloci e aggressive, ma è utile nelle situazioni di pericolo, quando è più difficile scegliere fra due opportunità ed è necessario un approccio particolarmente cauto e intelligente.

"La timidezza è sicuramente un problema nella società moderna - spiega lo psicologo Walter La Gatta, Presidente dell'AIRT, Associazione Italiana Ricerca sulla Timidezza - perché chi è timido percepisce molti più dettagli e ha bisogno di tempo per elaborarli. Tempo che spesso i ritmi moderni non offrono. Ma non dimentichiamo che le persone molto timide sono anche altrettanto intelligenti e sensibili, quindi questa caratteristica è senz'altro una risorsa".

Non sono in molti però a pensarla così. Secondo un sondaggio online condotto dallo stesso psicologo e dalla sua collaboratrice Giuliana Proietti (autrice del libro "La timidezza. Conoscerla e superarla", ed. Xenia), nel 68 per cento dei casi la timidezza è vissuta come una limitazione a tutto tondo, sia dal punto di vista della carriera che dello sviluppo della vita sociale, mentre il 14 per cento degli italiani la considera addirittura una malattia. Solo il 2 per cento del totale dichiara di vivere questa condizione come un privilegio, mentre veramente "malate di timidezza" sono il 13 per cento delle persone.

"Considerare l'introversione come un limite è un errore madornale", spiega lo psichiatra psicanalista Luigi Anepeta, presidente della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI). L'autore del libro "Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell'introversione (propria o altrui)", ricorda che il 60 per cento dei personaggi più geniali di tutti i tempi, da Nietzsche a Marx, erano degli introversi e che questa condizione è un modo di essere come un altro, "anzi - conclude - è una condizione che arricchisce moltissimo. Ma purtroppo il mondo moderno ha deciso di esaltare l'estroversione ed emarginare il diverso. E' questo l'unico problema".

lunedì 19 aprile 2010

Il computer e la sindrome della clessidra


Stressati dai tempi di attesa del pc?
Soffrite della sindrome di Hourglass.
Negli Usa è un fenomeno talmente diffuso da aver dato il nome a una patologia: il 23% si dice esasperato.

Chiunque si sia seduto davanti a un monitor e abbia acceso un computer conosce la piccola clessidra che compare mentre il pc sta lavorando. È il segnale che ci aspetta un'attesa, più o meno lunga, durante la quale tutto quello che si può fare è restare con lo sguardo fisso sul video. Chi si sente stressato, o addirittura frustrato, da oggi può dichiararsi affetto dalla sindrome di Hourglass o, italianizzata, sindrome della clessidra.

Intel ha richiesto alla Harris Poll, una società specializzata in sondaggi, di condurre un'inchiesta su come gli utenti vivano i tempi di aggiornamento e download dei propri personal computer. Sono stati intervistati 2.135 cittadini statunitensi e i risultati mostrano una diffusa insofferenza per la lentezza dei computer. Va considerato del resto che con l'avvento dei social network, dello streaming e dei siti di download video o musicali oggi l'utente medio usa molto più di frequente il pc rispetto a soli pochi anni fa e chi non ha adottato strumenti di ultima generazione fa fatica a tenere i ritmi della Rete attuale.

Il 66 per cento degli intervistati si definisce stressato dai tempi di attesa. Il 23 per cento rincara la dose, arrivando a dichiararsi estremamente esasperato dalle prolungate attese. Inoltre esiste una piccola quota del 4 per cento che ha riferito di ritrovarsi ad aspettare, nel corso delle proprie attività al computer, da una a tre ore, con un conseguente e comprensibile stress dovuto anche al tempo limitato che rimane a loro disposizione. Il dato più rilevante giunge alla conclusione del sondaggio, che sottolinea come l'utente medio statunitense trascorra 13 minuti al giorno semplicemente aspettando il proprio computer. Tempo che, proiettato su un anno, fa tre giorni di statica e stressante attesa.

Emanuela Di Pasqua
[Fonte: www.corriere.it]