« La psicologia si occupa dei "giochi" della mente: studia le partite che le persone giocano fra loro
e le neuroscienze studiano i mezzi con cui giocare: un bastone può servire al battitore per colpire la palla che il lanciatore gli lancia in una partita di baseball, ma lo stesso bastone può servire a qualcun altro per rompere la faccia di un amico. »
Luciano Mecacci

mercoledì 27 gennaio 2010

Gioco d'azzardo e Salute mentale


La passione per i giochi d’azzardo, online e non, condita dalla speranza di sistemarsi per sempre grazie a una ricca vincita, può costare cara.
«Le persone che ricorrono ai giochi d’azzardo come Poker online, ma anche a Win for Life o altro, sperando di risolvere i loro problemi economici e rincorrendo all’illusione della vincita, rischiano la salute mentale:
possono sviluppare dipendenza e mettere in atto comportamenti ossessivo-compulsivi».
Lo assicura Paola Vinciguerra, psicologa presidente dell’Eurodap (Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico), che mette in guarda dai giochi d’azzardo molto diffusi tra la popolazione.
Basti pensare, ricorda la psicologa, che solo nel 2009 sono aumentati del 40% i guadagni delle aziende che si occupano di gioco d’azzardo. I risultati di un sondaggio online sul sito www.eurodap.it, al quale hanno risposto 400 persone, hanno messo in allarme l’associazione. Infatti è emerso che il nuovo "Win for Life" è considerato dal 60% degli intervistati un gioco come un altro e dal 30% eccitante: solo il 10% lo percepisce come pericoloso.
Secondo la Vinciguerra, queste forme di azzardo hanno facile presa, visto «lo stato di frustrazione e fallimento che la crisi economica sta sviluppando nella popolazione e lo stimolo continuo che riceviamo dalla pubblicità, ma anche la totale inconsapevolezza della pericolosità di questi giochi che portano a dipendenza».
«Anche la tipologia di Win for Life istiga al gioco – aggiunge – in quanto il fatto che la vincita massima sia di 4.000 euro dà la sensazione che questa sia facilmente raggiungibile. Tutto questo porterà – prevede la Vinciguerra – al rischio di un aumento della dipendenza dal gioco d’azzardo su larga scala».

[FONTE: www.giochiperpc.eu]

venerdì 15 gennaio 2010

Il segreto del ritornello: così ci entra nel cervello


Più si cerca di scansarlo e più insiste. Di fronte al ritornello "non riesco a cacciarlo via dalla testa" (non a caso un titolo della cantante Kylie Minogue) la tecnica migliore è allora quella di arrendersi. Di assoggettarsi alla melodia che suona e risuona compulsivamente nel nostro cervello fino ad arrivare a schiarirsi la gola e iniziare a cantarla davvero. La versione reale, nella maggior parte dei casi, sarà talmente repellente da scacciare il disco interno che si era incantato.

Paradossi a parte, la psicologia ha trovato nella "scienza del tormentone" un campo di ricerca assai più ricco (e misterioso) di quel che pensasse. E Phil Beaman, professore dell'università di Reading, ha deciso di far uscire il fenomeno del "disco incantato" dall'aneddotica dedicandogli una ricerca ora pubblicata sul British Journal of Psychology. "Come per ogni pensiero ossessivo - spiega nell'articolo scritto insieme al collega Tim Williams - i tentativi di esercitare il controllo della mente per cancellarli non fanno che rafforzare il pensiero stesso". Meglio allora, suggerisce il ricercatore, tenersi il ritornello e aspettare che passi da sé.

Beaman e Williams hanno cercato di penetrare nel segreto degli "Ohrwurm" (il termine tedesco usato per primo per descrivere i "bachi dell'orecchio" che si insinuano in fondo alla testa) in modo molto divertente: andando a intervistare un centinaio di persone nella sala d'aspetto della stazione dei treni di Reading o tra i viali dei Forbury Gardens. Praticamente tutti (le statistiche variano tra il 97 e il 99 per cento) avevano sperimentato il fenomeno del "baco" almeno una volta nella vita. E i caratteri ansiosi o nevrotici erano più suscettibili all'"infezione". Ovviamente, i motivetti delle pubblicità o di alcuni show televisivi risultavano in testa alla classifica delle musiche più appiccicose, insieme a vari successi di pop. Raramente, i bachi di due persone coincidevano, o la stessa persona veniva contagiata due volte dallo stesso tarlo. Tra i tentativi di cacciare il tormentone, alcuni riferivano delle strategie sui generis: meditare, mettersi a lavorare, andare a dormire, bere alcol. In uno studio precedente, il ricercatore di marketing dell'università di Cincinnati James Kellaris citava anche l'annusare cannella (evidentemente una strategia chiodo schiaccia chiodo, in cui una sensazione olfattiva ne cancella un'altra uditiva) o il mettersi a praticare arti marziali.

Ogni strategia, probabilmente, risulterà fallimentare. Ma non è questo il punto, visto che i tormentoni spariscono in genere dopo uno o due giorni al massimo e raramente sono vissuti come un problema. Lo sguardo gettato da Beaman e Williams nella tana dei "bachi" ha scoperto piuttosto altri aspetti interessanti. Come quello che i tormentoni riprodotti dalla corteccia uditiva del cervello (senza coinvolgimento alcuno dell'apparato auricolare) possono durare più a lungo rispetto alla capacità della nostra memoria uditiva, che consiste nel saper ripetere (questa volta in maniera consapevole e controllata) un brano appena ascoltato. "Probabilmente - spiegano i due psicologi - i tormentoni scattano riattivando dei meccanismi della memoria a lungo termine e non semplicemente facendo ricorso alla memoria uditiva". Che ricade invece fra i sistemi di memorizzazione a breve termine.

Questa spiegazione concorda anche con un'altra osservazione degli psicologi di Reading, secondo cui non basta che il motivetto sia accattivante e ben congegnato. Affinché diventi un "baco" deve essere anche molto familiare. E così, fra gli adulti intervistati nel parco e nella stazione della città inglese, non è mancato chi abbia citato filastrocche per bambini o canzoni di Natale fra i tormentoni ripescati da chissà quale anfratto dell'iPod del nostro cervello.

venerdì 27 novembre 2009

La depressione post-partum

“La depressione post partum non viene riconosciuta ed è troppo spesso negata sia dalle neo mamme sia dalla famiglia che invece deve assolutamente vigilare su ogni donna dopo il parto e non banalizzare mai anche quello che può apparire come un periodo di tristezza. Dietro può esserci qualcosa di più profondo che prima o poi esploderà - lo afferma Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta, presidente dell’Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico commentando il caso della donna di Padova, mamma per la seconda volta da appena tre mesi, che ieri ha ucciso il primo figlio di tre anni a coltellate e che sembra avesse avuto nell’ultimo periodo comportamenti sospetti legati probabilmente ad una depressione post partum.

In Italia ogni anno 100 mila donne sono colpire dalla depressione post-partum.

“Oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifesta sintomi leggeri di depressione in una forma definita baby blues, con riferimento allo stato di malinconia (blues) che caratterizza il fenomeno - spiega la Vinciguerra - ben più gravi e duraturi sono i sintomi della depressione post-partum che possono perdurare anche molti mesi. I sintomi sono e possono includere un forte abbassamento dell'umore con una tristezza intensa e costante, disperazione, sconforto, angoscia, sensazione di stanchezza estrema, perdita di interesse per il bambino appena nato, o preoccupazioni ingiustificate per il benessere del neonato, difficoltà di concentrazione, difficoltà a decidere, facile irritabilità con aggressività ed atteggiamenti ostili, confusione, crisi di pianto molto frequenti, incapacità a far fronte alle necessità elementari, senso di colpa, di inadeguatezza, disinteresse per la famiglia, per il marito o compagno, perdita della libido, pensieri negativi. Questi sintomi sono spesso accompagnati da cefalee persistenti, palpitazioni, insonnia, incubi notturni e attacchi di panico”.

Secondo la psicoterapeuta “nei casi più gravi di depressione post- partum la donna può subire uno scivolamento psicotico e la depressione si trasforma in psicosi post-partum. Questa è la forma più grave di depressione e richiede misure mediche tempestive. I sintomi comprendono stati di agitazione, confusione, pessimismo, disagio sociale, insonnia, paranoia, allucinazioni, tendenze suicide o omicide nei confronti del bambino”.

Diversi possono essere i fattori che contribuiscono all’insorgere di questo disturbo: problemi ormonali, età della mamma e variabili psico-sociali. E’ più a rischio una donna giovane, single, con gravidanza non desiderata o inaspettata, con problemi di relazione coniugale, con inadeguato supporto sociale, con eventi di vita stressanti e con precedenti aborti. Ovviamente una donna che ha già sofferto di depressione è molto a rischio.

Le cure possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia e nell'assunzione di ansiolitici e antidepressivi sotto controllo medico e sospendendo l'eventuale allattamento. E’ comunque consigliabile per tutte le neo mamme frequentare dei corsi post-partum . L'EURODAP è la prima associazione italiana che ne organizza. I corsi sono utili per affrontare la riorganizzazione, al di là dello stato emotivo più o meno depresso – triste, della struttura familiare che si è venuta a modificare sia nell'ambito della coppia sia in quello delle parentele correlate”.

venerdì 13 novembre 2009

La prima impressione è quella che conta!

Si vuole sembrare coscienziosi e affidabili? È necessario mostrarsi puliti e in buona salute.
Se si vuole apparire aperti alle sfide, è meglio non lavarsi troppo.
E per sembrare estroversi bisogna parlare e muoversi energicamente, senza sembrare mai tesi.

È quanto emerge da uno studio statunitense condotto da Laura Naumann della Sonoma State University (California) e Sam Gosling della University of Texas di Austin (Texas) e pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin, secondo cui la prima impressione e' fondamentale quando si tratta di comunicare la propria personalità.

La prima impressione, quindi, è quella che conta. Dalla ricerca è emerso che solo analizzando l'aspetto esteriore di 123 soggetti ritratti nelle foto gli osservatori sottoposti all'esperimento sono stati in grado di indovinare tipologia e intensita' di 9 dei 10 tratti caratteriali sottoposti allo studio tra estroversione, gradevolezza, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura agli altri, piacevolezza, autostima, introversione, religiosità e orientamento politico. ''Con questa consapevolezza - conclude Naumann - si può scegliere di modificare il proprio aspetto in modo specifico, a seconda delle caratteristiche che si vogliono mettere in evidenza. O che ci vogliamo attribuire''.

martedì 10 novembre 2009

Il tempo non esiste, c'è un unico presente perpetuo.

Claude Chabrol è stato uno dei registi simbolo di quel nuovo modo di fare cinema che trova espressione nella nota etichetta della Nouvelle Vague, e che ha visto riuniti, oltre allo stesso Chabrol, registi quali Truffaut, Godard, Rohmer e Rivette, tutti accomunati dall’aver cominciato a occuparsi di cinema scrivendo articoli e saggi sulla rivista Cahiers du Cinèma. Questi giovani andavano prefigurando un tipo di cinema personale, nel quale la cinepresa potesse essere utilizzata con la stessa semplicità e libertà con la quale il romanziere e saggista usano la penna. Lo slogan del gruppo di critici e registi diventa allora quello della “politica degli autori”:

  1. Esiste un solo autore di film, il regista. Viene negata ogni paternità creativa allo sceneggiatore.
  2. Certi registi sono autori, altri non saranno mai considerati tali anche se realizzano un buon film.
  3. Non esistono opere, ma solo autori. Solo la regia, definita come sguardo dell’autore, viene tenuta in conto.
Il regista sembra condurci verso una questione che ritorna: la colpa può trasmettersi di generazione in generazione? Quali effetti può produrre una colpa non espiata per il colpevole, ma anche per i suoi discendenti? Chi è colpevole? Colui che commette il crimine o colui che se ne accusa? E colpevole di cosa?

L’altro grande tema che emerge sin di primi film è il rapporto col tempo. Nel cinema di Chabrol, presente e futuro sono condizionati dall’incancellabilità del passato, non c’è possibilità per i soggetti di trovare un proprio posto ed una propria identità singolare, ma solo ingranaggio, indifferenziazione tra le generazioni.

Non si può non citare, inoltre, l’elemento del crimine, ogni volta si concretizza sullo schermo in forma necessaria. Chabrol scopre che, osservato dall'altra parte dello specchio, il mondo umano gli si rivela in tutta la sua drammatica ambiguità.

La famiglia rappresentata da Chabrol è senza alcun dubbio la famiglia borghese, quella borghesia di provincia della quale il cineasta propone una sorta di satira attraverso uno sguardo caustico ai suoi problemi sentimentali, finanziari e metafisici. E le atmosfere un po’ claustrofobiche della provincia diventano l’ideale scenario naturale delle sue riprese, che gli impongono spesso accorgimenti tecnici in grado di rendere conto dell’atmosfera che intende creare. È Chabrol stesso ad ammettere di preferire gli scenari naturali. Esempio: "Il fiore del male" prevede una scena in cui due donne trascinano un corpo verso una scala. «Quando mi raffiguravo mentalmente la scena, il movimento andava da sinistra a destra, nel senso della lettura. Ho trovato uno scenario naturale fantastico solo che, su uno sfondo di questo tipo, le sue due donne non potevano avanzare nel senso della lettura, ma in senso inverso. Il senso della lettura è il senso naturale della visione.»

«.. il tempo non esiste,

c'è un unico presente perpetuo ..»

sabato 24 ottobre 2009

I concetti della psicologia della personalità

  • Carattere: la nozione è una delle più antiche nella quale, sulla scia della prima trattazione fattane da Teofasto, si sono comunemente accentuate le connotazioni valoriali che inducono a caratterizzare una persona come buona, cattiva, desiderabile.
  • Temperamento: la nozione ha le proprie radici nel pensiero classico, in Ippocrate prima ed in Galeno poi. Con la nozione di temperamento ci si riferisce agli aspetti dell’organizzazione psicologico-soggettiva: il livello di attività, l’intensità e la rapidità della risposta alla stimolazione, la sensibilità, la responsività.
  • Costituzione: con questo concetto ci si riferisce all’insieme delle qualità fisiche e psichiche di un individuo.
  • Tipo: anche questa è una nozione che ha avuto notevole fortuna in passato e che in tempi recenti è stata accantonata dalla maggior parte degli indirizzi di ricerca. La nozione tradizionale resta di attualità nel sistema eysenckiano dove è la diretta espressione di uno dei tre superfattori (estroversione, nevroticismo, psicoticismo) sovraordinati ai vari tratti.
  • Abitudine: con questa ci si riferisce a sequenze di atti tra loro coordinati che danno luogo ad una condotta relativamente stabile e funzionale.
  • Facoltà: con tale nozione di è fatto riferimento a quanto oggi viene indicato con disposizione, abilità, tratto.
  • Disposizione/Predisposizione: con tali nozioni ci si riferisce a tendenze relativamente stabili a perseguire determinate mete e a comportarsi in un determinato modo.
  • Abilità: questa nozione, spessa sinonimo di capacità, è stata a lungo confinata nell’ambito degli studi sull’intelligenza per rappresentare differenti capacità di soluzione di problemi innate e apprese.
  • Tratto: essi sono costrutti più ampi e più flessibili per rappresentare organizzazioni relativamente stabili di modi di sentire, di conoscere, di agire. Con esso ci si è riferiti a tendenze stabili a produrre determinati comportamenti in determinate situazioni. Sono state suggerite diverse distinzioni tra tratti comuni, individuali, centrali, superficiali e si è giunti a produrre varie elencazioni.
  • Stile: questa nozione è stata principalmente utilizzata secondo due diverse accezioni: come stile di vita da un lato e come stile cognitivo e affettivo dall’altro. Nella prima accezione si è fatto riferimento a ciò che caratterizza il rapporto di una persona con l’ambiente, i modi, i contenuti, le mete del suo pensare ed agire. Nella seconda accezione si è fatto riferimento agli aspetti formali o modali che caratterizzano varie manifestazioni cognitive o affettive.
  • Personalità: il termine deriva dalla parola latina “persona” nei teatri dell’antica Roma gli attori non usavano il trucco, ma indossavano alternativamente un ristretto numero di maschere, chiamate appunto persona. Col termine personalità ci riferiamo ad un insieme di caratteristiche, di disposizioni, di modi di agire comuni a taluni individui. Il significato del termine tuttavia non è soltanto questo, con esso ci riferiamo anche a ciò che è unico di un individuo.

venerdì 9 ottobre 2009

Fobie: cosa sono e come si curano


Fobia-mania, paure senza confini
La paura può trasformare le cose più innocue e comuni negli incubi peggiori. Ma qual è il meccanismo che fa scattare la molla del terrore? Davvero esiste una fobia per tutto? Dove nascono e come si curano questi disturbi?
Immaginate di incrociare per strada una ragazza stupenda: tacchi a spillo, curve al posto giusto, labbra carnose… insomma, uno schianto. Se però invece che voltarvi a guardarla, iniziate a tremare e a sudare freddo, mentre un senso di nausea e oppressione vi attanaglia, allora probabilmente soffrite di caligynefobia, un terrore smisurato per le belle donne. Magari "condito" con un tocco di philematofobia, una fifa matta dei baci. Se invece a spaventarvi sono solo i baci di vostra suocera, forse siete affetti da penterafobia (un’avversione ingiustificata per la madre di vostra moglie).

«La paura è democratica», afferma Giorgio Nardone, psicologo, psicoterapeuta e direttore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo (un istituto di ricerca, training e cura di queste patologie), «in 15 anni di terapia ho incontrato oltre 10 mila pazienti, il 52% dei quali donne, il 48% uomini. Non c’è quindi una differenza significativa tra sessi, né tra ceti sociali. Neppure medici e psicologi, che con le fobie hanno a che fare ogni giorno, ne sono immuni».

E l’elenco delle fobie più insolite potrebbe continuare all’infinito, c’è chi non sopporta la vista delle ginocchia - neanche delle proprie - (genufobia), chi trema, e non solo di freddo, quando nevica (quionofobia) e chi ha talmente paura delle ombre da ridursi a vivere nel buio più assoluto. Altri temono gli angoli di case e palazzi (gonofobia), vanno in panico davanti a un minestrone di verdure (lachanofobia) o alla sola vista di un pc (i ciberfobici, che difficilmente leggeranno queste righe). Disturbi un po’ insoliti, certo, ma seri e invalidanti, che possono colpire un po’ tutti, indistintamente.

Sconfiggere la paura si può, basta scegliere la strada giusta. Eccone alcune. D’accordo, la fobia delle lontre (lutrafobia) per chi abita in città, può non essere particolarmente invalidante: basta evitare fiumi e parchi naturali e il problema non si pone. Ma il punto è che dietro a questa e altre paure così specifiche, si nasconde spesso un disagio personale più serio. Perché allora non provare a risolverlo? Gli approcci terapeutici non mancano. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, propone una progressiva "desensibilizzazione" dallo stimolo fobico, che porta gradualmente il paziente a scontrarsi con ciò che fa paura. Si comincia con la presa di coscienza della situazione temuta e la si avvicina a poco a poco per arrivare, se la cura ha successo, a viverla realmente (ma questa volta, liberi dal panico). Esistono anche forme di doping sociale: parlare davanti a una platea metterebbe un po’ in soggezione chiunque e, nella maggioranza dei casi, non si tratterebbe di una fobia e neppure di ansia sociale. Ma ricorrere a un farmaco (un cosiddetto lifestyle drug) per affrontare meglio questa realtà è una scorciatoria. Molto pericolosa.
Un esempio?
A un ragazzo terrorizzato dall’idea di poter sbattere il naso contro gli specchi, il terapeuta ha consigliato di proteggersi con un casco da motocross. Tutto preso da questo nuovo compito, il giovane ha ripreso quasi senza accorgersene abitudini abbandonate da tempo a causa del suo disturbo. Riuscendo in breve ad abbandonare il terrore degli specchi (e il casco). In questo caso la fobia è stata sconfitta "solcando il mare all’insaputa del cielo", cioè "spostando l’attenzione dal tentativo di controllare la paura all’esecuzione di un compito distraente".

Diverso è il metodo psichiatrico che prevede, per alcuni tipi di fobie sociali – disturbi che portano chi ne soffre a rinchiudersi in se stesso evitando il contatto con gli altri – il trattamento con farmaci antidepressivi come la paroxetina. Questi farmaci riducono i sintomi esterni del disturbo, non ne combattono le cause alla radice. E in più presentano il rischio di dipendenza.
Ribrezzo, paura, fobia... ma che differenza c'è tra una normale repulsione e una paura invalidante? La differenza sta nell’escalation delle sensazioni e percezioni provate. Possiamo avere ribrezzo per qualcosa, come accade ai bambini, ma se cominciamo a evitare gradatamente quest’oggetto o situazione, allora la repulsione diviene paura, e la paura fobia. La fobia di volare, ad esempio, ci impedisce del tutto di prendere un aereo. Se invece nonostante il timore riusciamo a salirvi, allora siamo ancora entro i limiti della paura.
Elisabetta Intini, 16 febbraio 2009

Per saperne di più:
G. Nardone, Non c’è notte che non veda il giorno: la terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico,
Ponte alle Grazie, Milano 2003.