« La psicologia si occupa dei "giochi" della mente: studia le partite che le persone giocano fra loro
e le neuroscienze studiano i mezzi con cui giocare: un bastone può servire al battitore per colpire la palla che il lanciatore gli lancia in una partita di baseball, ma lo stesso bastone può servire a qualcun altro per rompere la faccia di un amico. »
Luciano Mecacci

domenica 7 febbraio 2010

Sonno cronico?

Dormire meno del necessario notte dopo notte può far accumulare un pericoloso debito cronico di sonno che è ancora più insidioso di una notte trascorsa completamente in bianco, perchè difficile, se non impossibile, da recuperare: quindi le funzioni del nostro cervello non sono mai al top.

LO STUDIO - Uno studio condotto da Daniel Cohen del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston dimostra che se dormiamo poco (non più di 6 ore a notte) per molti giorni di seguito, una dormita di 10 ore consecutive non basterà al recupero e non saremo mai al nostro meglio nello svolgere le attività quotidiane. Lo studio è importante perchè mostra che gli effetti del debito cronico di sonno sono differenti e più gravi di quelli della perdita di sonno acuta. Secondo quanto riferito sulla rivista Science Translational Medicine, il debito cronico di sonno è molto più insidioso per le performance cognitive perchè il recupero è lento e difficile, sempre che sia possibile del tutto. Secondo quanto riferito da Cohen, intervistato dall'agenzia Ansa, una spiegazione dell'insidia del debito cronico di sonno potrebbe essere nel nostro cervello: qui una molecola, l'adenosina, entra in circolo quando dormiamo poco e se il sonno diventa cronico il segnale inviato dall'adenosina si fa «assordante» per il cervello e difficilmente rientra. Siamo tutti superefficienti, scattiamo tra un'attività e l'altra, dal lavoro alla palestra all'aperitivo con gli amici; anche i bambini si dividono fra mille attività, scolastiche e non, e tutto va a discapito del nostro rapporto col sonno, cosicché tendiamo ad accumulare un debito cronico di sonno.

IL CERVELLO DEVE FARE ORDINE - Dormire è il momento in cui il cervello fa ordine tra tutte le informazioni inglobate durante il giorno appena trascorso catalogandole e scremando il superfluo. La perdita di sonno, inoltre, lede le nostre capacità mnemoniche e di apprendimento. Però finora non era chiara la differenza tra gli effetti di una singola notte in bianco e il cronico dormire poco (che è poi l'abitudine che più caratterizza l'odierna società dell'efficienza). L'esperto ha confrontato cosa succede restando svegli per 24 ore di seguito e invece dormendo una media di 5,6 ore a notte per tre settimane. È emerso che nel primo caso per la maggior parte delle persone basta una dormita di 10 ore per recuperare la notte in bianco, ma che questo non è sufficiente al recupero del debito cronico.

CROLLO DELLE PERFORMANCE - Infatti gli individui in debito cronico diminuiscono le proprie performance cognitive ora dopo ora, con un crollo vertiginoso nelle ore serali. «Una precedente ricerca - spiega Cohen - aveva dimostrato che stare svegli per 24 ore di seguito equivale a una dose di alcol nel sangue superiore a quella dei limiti di guida. Invece questo lavoro mostra che un debito cronico di sonno causa un deterioramento più rapido delle performance per ogni ora che si resta svegli. Tant'è che il quadro di diminuzione delle performance di una notte di veglia si amplifica di 10 volte se nelle due settimane precedenti si è dormito per sole sei ore». «Dati su animali - rileva Cohen - mostrano che una sostanza chiamata adenosina si accumula nel cervello quando siamo svegli da troppo e promuove il sonno e che la caffeina blocca l'azione dell'adenosina. Nel debito cronico di sonno questa sostanza rimane elevata per troppo tempo nel cervello e ciò provoca l'aumento del numero di recettori per captarla per cui il segnale dell'adenosina si iperattiva ed è difficile spegnerlo. Mentre nella perdita di una sola notte di sonno i recettori non aumentano e basta dormire per 10 ore per ridurre la concentrazione di adenosina, serve molto più tempo per riportare al livello normale il numero dei recettori per cui serve molto più tempo per smaltire un debito cronico di sonno». «Non sappiamo quanto tempo serva per recuperare un debito cronico - conclude - ma di certo non bastano dei giorni».
[Fonte Agenzia Ansa]

giovedì 4 febbraio 2010

Ossessioni e Compulsioni

Caratteristiche essenziali del disturbo ossessivo compulsivo sono pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che creano allarme o paura e che costringono la persona a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali. Come il nome stesso lascia intendere, il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi che si presentano più e più volte e sono al di fuori del controllo di chi li sperimenta. Tali idee sono sentite come disturbanti e intrusive, e, almeno quando le persone non sono assalite dall'ansia, sono giudicate come infondate ed insensate. Esse sono accompagnate da emozioni sgradevoli, come paura, disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nel "modo giusto", e gli innumerevoli sforzi per contrastarle non hanno successo, se non momentaneo. Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo vengono anche definite rituali o cerimoniali e sono comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (contare, pregare, ripetere formule mentalmente) messi in atto per ridurre il senso di disagio e l'ansia provocati dai pensieri e dagli impulsi tipici delle ossessioni.

A differenza di altri disturbi psicologici, sostanzialmente omogenei, nella pratica clinica si possono distinguere con relativa chiarezza sette tipologie di disturbo ossessivo-compulsivo, talvolta presenti in concomitanza.

  • Disturbi da contaminazione - Si tratta di ossessioni e compulsioni connesse a improbabili (o irrealistici) contagi o contaminazioni. Sostanze "contaminanti" diventano spesso non solo lo sporco oggettivo, ma anche urine, feci, sangue e siringhe, carne cruda, persone malate, genitali, sudore, e persino saponi, solventi e detersivi, contenenti sostanze chimiche potenzialmente "dannose". Se la persona entra in contatto con uno degli agenti "contaminanti", mette in atto una serie di rituali di lavaggio, pulizia, sterilizzazione o disinfezione volti a neutralizzare l'azione dei germi e a tranquillizzarsi rispetto alla possibilità di contagio o a liberarsi dalla sensazione di disgusto.
  • Disturbi da controllo - Si tratta di ossessioni e compulsioni implicanti controlli protratti e ripetuti senza necessità, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti. Le persone che ne soffrono tendono a controllare e ricontrollare sia per tranquillizzarsi riguardo al dubbio ossessivo di aver fatto qualcosa di male e non ricordarlo, sia a scopo preventivo, per essere sicuri di aver fatto il possibile per prevenire qualunque possibile catastrofe. Controllano così di aver chiuso le porte e le finestre di casa, le portiere della macchina, il rubinetto del gas e dell'acqua, la saracinesca del garage o l'armadietto dei medicinali; di aver spento fornelli elettrici o altri elettrodomestici, le luci in ogni stanza di casa o i fari della macchina; di non aver perso cose personali lasciandole cadere; di non aver investito involontariamente qualcuno con la macchina.
  • Ossessioni pure - Si tratta di pensieri o, più spesso, immagini relative a scene in cui la persona attua comportamenti indesiderati e inaccettabili, privi di senso, pericolosi o socialmente sconvenienti (aggredire qualcuno, avere rapporti omosessuali o pedofilici, tradire il partner, bestemmiare, compiere azioni blasfeme, offendere persone care, ecc.). Queste persone non hanno né rituali mentali né compulsioni, ma soltanto pensieri ossessivi.
  • Superstizione eccessiva - Si tratta di un pensiero superstizioso portato all'eccesso. Chi ne soffre ritiene che il fatto di fare o non fare determinate cose, di pronunciare o non pronunciare alcune parole, di vedere o non vedere certe cose (es. carri funebri, cimiteri, manifesti mortuari), certi numeri o certi colori, di contare o non contare un numero preciso di volte degli oggetti, di ripetere o non ripetere particolari azioni il "giusto" numero di volte, sia determinante per l'esito degli eventi. Tale effetto può essere scongiurato soltanto ripetendo l'atto (es. cancellando e riscrivendo la stessa parola, pensando a cose positive) o facendo qualche altro rituale "anti-iella".
  • Ordine e simmetria - Chi ne soffre non tollera assolutamente che gli oggetti siano posti in modo anche minimamente disordinato o asimmetrico, perché ciò gli procura una sgradevole sensazione di mancanza di armonia e di logicità. Libri, fogli, penne, asciugamani, videocassette, cd, abiti nell'armadio, piatti, pentole, tazzine, devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una sequenza logica (es. dimensione, colore, ecc.). Quando ciò non avviene queste persone passano ore del loro tempo a riordinare ed allineare questi oggetti, fino a sentirsi completamente tranquilli e soddisfatti.
  • Accumulo/accaparramento - E' un tipo di ossessione piuttosto rara che caratterizza coloro che tendono a conservare ed accumulare oggetti insignificanti e inservibili (riviste e giornali vecchi, pacchetti di sigarette vuoti, bottiglie vuote, asciugamani di carta usati, confezioni di alimenti), per la paura di gettare via qualcosa che "un giorno o l'altro potrebbe servire..".
  • Compulsioni mentali - Non costituiscono una reale categoria a parte di disturbi ossessivi, perché la natura delle ossessioni può essere una qualunque delle precedenti. Coloro che ne soffrono, pur non presentando alcuna compulsione materiale, come nel caso delle ossessioni pure, effettuano precisi cerimoniali mentali (contare, pregare, ripetersi frasi, formule, pensieri positivi o numeri fortunati) per scongiurare la possibilità che si avveri il contenuto del pensiero ossessivo e ridurre di conseguenza l'ansia.

Il disturbo ossessivo-compulsivo colpisce, indistintamente per età e sesso, dal 2 al 3% della popolazione. Può infatti manifestarsi sia negli uomini sia nelle donne, indifferentemente, e può esordire nell'infanzia, nell'adolescenza o nella prima età adulta. L'età tipica in cui compare più frequentemente è tra i 6 e i 15 anni nei maschi e tra i 20 e i 29 nelle donne. I primi sintomi si manifestano nella maggior parte dei casi prima dei 25 anni (il 15% ha esordio intorno ai 10 anni) e in bassissima percentuale dopo i 40 anni. Se il disturbo ossessivo-compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.

[Fonte: www.ipsico.org]

« Attento Reich, non ho elementi per darle torto,
ma non posso sostenerla.
Lei si ficcherà in un ginepraio!
»
(Sigmund Freud)

mercoledì 27 gennaio 2010

Gioco d'azzardo e Salute mentale


La passione per i giochi d’azzardo, online e non, condita dalla speranza di sistemarsi per sempre grazie a una ricca vincita, può costare cara.
«Le persone che ricorrono ai giochi d’azzardo come Poker online, ma anche a Win for Life o altro, sperando di risolvere i loro problemi economici e rincorrendo all’illusione della vincita, rischiano la salute mentale:
possono sviluppare dipendenza e mettere in atto comportamenti ossessivo-compulsivi».
Lo assicura Paola Vinciguerra, psicologa presidente dell’Eurodap (Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico), che mette in guarda dai giochi d’azzardo molto diffusi tra la popolazione.
Basti pensare, ricorda la psicologa, che solo nel 2009 sono aumentati del 40% i guadagni delle aziende che si occupano di gioco d’azzardo. I risultati di un sondaggio online sul sito www.eurodap.it, al quale hanno risposto 400 persone, hanno messo in allarme l’associazione. Infatti è emerso che il nuovo "Win for Life" è considerato dal 60% degli intervistati un gioco come un altro e dal 30% eccitante: solo il 10% lo percepisce come pericoloso.
Secondo la Vinciguerra, queste forme di azzardo hanno facile presa, visto «lo stato di frustrazione e fallimento che la crisi economica sta sviluppando nella popolazione e lo stimolo continuo che riceviamo dalla pubblicità, ma anche la totale inconsapevolezza della pericolosità di questi giochi che portano a dipendenza».
«Anche la tipologia di Win for Life istiga al gioco – aggiunge – in quanto il fatto che la vincita massima sia di 4.000 euro dà la sensazione che questa sia facilmente raggiungibile. Tutto questo porterà – prevede la Vinciguerra – al rischio di un aumento della dipendenza dal gioco d’azzardo su larga scala».

[FONTE: www.giochiperpc.eu]

venerdì 15 gennaio 2010

Il segreto del ritornello: così ci entra nel cervello


Più si cerca di scansarlo e più insiste. Di fronte al ritornello "non riesco a cacciarlo via dalla testa" (non a caso un titolo della cantante Kylie Minogue) la tecnica migliore è allora quella di arrendersi. Di assoggettarsi alla melodia che suona e risuona compulsivamente nel nostro cervello fino ad arrivare a schiarirsi la gola e iniziare a cantarla davvero. La versione reale, nella maggior parte dei casi, sarà talmente repellente da scacciare il disco interno che si era incantato.

Paradossi a parte, la psicologia ha trovato nella "scienza del tormentone" un campo di ricerca assai più ricco (e misterioso) di quel che pensasse. E Phil Beaman, professore dell'università di Reading, ha deciso di far uscire il fenomeno del "disco incantato" dall'aneddotica dedicandogli una ricerca ora pubblicata sul British Journal of Psychology. "Come per ogni pensiero ossessivo - spiega nell'articolo scritto insieme al collega Tim Williams - i tentativi di esercitare il controllo della mente per cancellarli non fanno che rafforzare il pensiero stesso". Meglio allora, suggerisce il ricercatore, tenersi il ritornello e aspettare che passi da sé.

Beaman e Williams hanno cercato di penetrare nel segreto degli "Ohrwurm" (il termine tedesco usato per primo per descrivere i "bachi dell'orecchio" che si insinuano in fondo alla testa) in modo molto divertente: andando a intervistare un centinaio di persone nella sala d'aspetto della stazione dei treni di Reading o tra i viali dei Forbury Gardens. Praticamente tutti (le statistiche variano tra il 97 e il 99 per cento) avevano sperimentato il fenomeno del "baco" almeno una volta nella vita. E i caratteri ansiosi o nevrotici erano più suscettibili all'"infezione". Ovviamente, i motivetti delle pubblicità o di alcuni show televisivi risultavano in testa alla classifica delle musiche più appiccicose, insieme a vari successi di pop. Raramente, i bachi di due persone coincidevano, o la stessa persona veniva contagiata due volte dallo stesso tarlo. Tra i tentativi di cacciare il tormentone, alcuni riferivano delle strategie sui generis: meditare, mettersi a lavorare, andare a dormire, bere alcol. In uno studio precedente, il ricercatore di marketing dell'università di Cincinnati James Kellaris citava anche l'annusare cannella (evidentemente una strategia chiodo schiaccia chiodo, in cui una sensazione olfattiva ne cancella un'altra uditiva) o il mettersi a praticare arti marziali.

Ogni strategia, probabilmente, risulterà fallimentare. Ma non è questo il punto, visto che i tormentoni spariscono in genere dopo uno o due giorni al massimo e raramente sono vissuti come un problema. Lo sguardo gettato da Beaman e Williams nella tana dei "bachi" ha scoperto piuttosto altri aspetti interessanti. Come quello che i tormentoni riprodotti dalla corteccia uditiva del cervello (senza coinvolgimento alcuno dell'apparato auricolare) possono durare più a lungo rispetto alla capacità della nostra memoria uditiva, che consiste nel saper ripetere (questa volta in maniera consapevole e controllata) un brano appena ascoltato. "Probabilmente - spiegano i due psicologi - i tormentoni scattano riattivando dei meccanismi della memoria a lungo termine e non semplicemente facendo ricorso alla memoria uditiva". Che ricade invece fra i sistemi di memorizzazione a breve termine.

Questa spiegazione concorda anche con un'altra osservazione degli psicologi di Reading, secondo cui non basta che il motivetto sia accattivante e ben congegnato. Affinché diventi un "baco" deve essere anche molto familiare. E così, fra gli adulti intervistati nel parco e nella stazione della città inglese, non è mancato chi abbia citato filastrocche per bambini o canzoni di Natale fra i tormentoni ripescati da chissà quale anfratto dell'iPod del nostro cervello.

venerdì 27 novembre 2009

La depressione post-partum

“La depressione post partum non viene riconosciuta ed è troppo spesso negata sia dalle neo mamme sia dalla famiglia che invece deve assolutamente vigilare su ogni donna dopo il parto e non banalizzare mai anche quello che può apparire come un periodo di tristezza. Dietro può esserci qualcosa di più profondo che prima o poi esploderà - lo afferma Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta, presidente dell’Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico commentando il caso della donna di Padova, mamma per la seconda volta da appena tre mesi, che ieri ha ucciso il primo figlio di tre anni a coltellate e che sembra avesse avuto nell’ultimo periodo comportamenti sospetti legati probabilmente ad una depressione post partum.

In Italia ogni anno 100 mila donne sono colpire dalla depressione post-partum.

“Oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifesta sintomi leggeri di depressione in una forma definita baby blues, con riferimento allo stato di malinconia (blues) che caratterizza il fenomeno - spiega la Vinciguerra - ben più gravi e duraturi sono i sintomi della depressione post-partum che possono perdurare anche molti mesi. I sintomi sono e possono includere un forte abbassamento dell'umore con una tristezza intensa e costante, disperazione, sconforto, angoscia, sensazione di stanchezza estrema, perdita di interesse per il bambino appena nato, o preoccupazioni ingiustificate per il benessere del neonato, difficoltà di concentrazione, difficoltà a decidere, facile irritabilità con aggressività ed atteggiamenti ostili, confusione, crisi di pianto molto frequenti, incapacità a far fronte alle necessità elementari, senso di colpa, di inadeguatezza, disinteresse per la famiglia, per il marito o compagno, perdita della libido, pensieri negativi. Questi sintomi sono spesso accompagnati da cefalee persistenti, palpitazioni, insonnia, incubi notturni e attacchi di panico”.

Secondo la psicoterapeuta “nei casi più gravi di depressione post- partum la donna può subire uno scivolamento psicotico e la depressione si trasforma in psicosi post-partum. Questa è la forma più grave di depressione e richiede misure mediche tempestive. I sintomi comprendono stati di agitazione, confusione, pessimismo, disagio sociale, insonnia, paranoia, allucinazioni, tendenze suicide o omicide nei confronti del bambino”.

Diversi possono essere i fattori che contribuiscono all’insorgere di questo disturbo: problemi ormonali, età della mamma e variabili psico-sociali. E’ più a rischio una donna giovane, single, con gravidanza non desiderata o inaspettata, con problemi di relazione coniugale, con inadeguato supporto sociale, con eventi di vita stressanti e con precedenti aborti. Ovviamente una donna che ha già sofferto di depressione è molto a rischio.

Le cure possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia e nell'assunzione di ansiolitici e antidepressivi sotto controllo medico e sospendendo l'eventuale allattamento. E’ comunque consigliabile per tutte le neo mamme frequentare dei corsi post-partum . L'EURODAP è la prima associazione italiana che ne organizza. I corsi sono utili per affrontare la riorganizzazione, al di là dello stato emotivo più o meno depresso – triste, della struttura familiare che si è venuta a modificare sia nell'ambito della coppia sia in quello delle parentele correlate”.

venerdì 13 novembre 2009

La prima impressione è quella che conta!

Si vuole sembrare coscienziosi e affidabili? È necessario mostrarsi puliti e in buona salute.
Se si vuole apparire aperti alle sfide, è meglio non lavarsi troppo.
E per sembrare estroversi bisogna parlare e muoversi energicamente, senza sembrare mai tesi.

È quanto emerge da uno studio statunitense condotto da Laura Naumann della Sonoma State University (California) e Sam Gosling della University of Texas di Austin (Texas) e pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin, secondo cui la prima impressione e' fondamentale quando si tratta di comunicare la propria personalità.

La prima impressione, quindi, è quella che conta. Dalla ricerca è emerso che solo analizzando l'aspetto esteriore di 123 soggetti ritratti nelle foto gli osservatori sottoposti all'esperimento sono stati in grado di indovinare tipologia e intensita' di 9 dei 10 tratti caratteriali sottoposti allo studio tra estroversione, gradevolezza, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura agli altri, piacevolezza, autostima, introversione, religiosità e orientamento politico. ''Con questa consapevolezza - conclude Naumann - si può scegliere di modificare il proprio aspetto in modo specifico, a seconda delle caratteristiche che si vogliono mettere in evidenza. O che ci vogliamo attribuire''.

martedì 10 novembre 2009

Il tempo non esiste, c'è un unico presente perpetuo.

Claude Chabrol è stato uno dei registi simbolo di quel nuovo modo di fare cinema che trova espressione nella nota etichetta della Nouvelle Vague, e che ha visto riuniti, oltre allo stesso Chabrol, registi quali Truffaut, Godard, Rohmer e Rivette, tutti accomunati dall’aver cominciato a occuparsi di cinema scrivendo articoli e saggi sulla rivista Cahiers du Cinèma. Questi giovani andavano prefigurando un tipo di cinema personale, nel quale la cinepresa potesse essere utilizzata con la stessa semplicità e libertà con la quale il romanziere e saggista usano la penna. Lo slogan del gruppo di critici e registi diventa allora quello della “politica degli autori”:

  1. Esiste un solo autore di film, il regista. Viene negata ogni paternità creativa allo sceneggiatore.
  2. Certi registi sono autori, altri non saranno mai considerati tali anche se realizzano un buon film.
  3. Non esistono opere, ma solo autori. Solo la regia, definita come sguardo dell’autore, viene tenuta in conto.
Il regista sembra condurci verso una questione che ritorna: la colpa può trasmettersi di generazione in generazione? Quali effetti può produrre una colpa non espiata per il colpevole, ma anche per i suoi discendenti? Chi è colpevole? Colui che commette il crimine o colui che se ne accusa? E colpevole di cosa?

L’altro grande tema che emerge sin di primi film è il rapporto col tempo. Nel cinema di Chabrol, presente e futuro sono condizionati dall’incancellabilità del passato, non c’è possibilità per i soggetti di trovare un proprio posto ed una propria identità singolare, ma solo ingranaggio, indifferenziazione tra le generazioni.

Non si può non citare, inoltre, l’elemento del crimine, ogni volta si concretizza sullo schermo in forma necessaria. Chabrol scopre che, osservato dall'altra parte dello specchio, il mondo umano gli si rivela in tutta la sua drammatica ambiguità.

La famiglia rappresentata da Chabrol è senza alcun dubbio la famiglia borghese, quella borghesia di provincia della quale il cineasta propone una sorta di satira attraverso uno sguardo caustico ai suoi problemi sentimentali, finanziari e metafisici. E le atmosfere un po’ claustrofobiche della provincia diventano l’ideale scenario naturale delle sue riprese, che gli impongono spesso accorgimenti tecnici in grado di rendere conto dell’atmosfera che intende creare. È Chabrol stesso ad ammettere di preferire gli scenari naturali. Esempio: "Il fiore del male" prevede una scena in cui due donne trascinano un corpo verso una scala. «Quando mi raffiguravo mentalmente la scena, il movimento andava da sinistra a destra, nel senso della lettura. Ho trovato uno scenario naturale fantastico solo che, su uno sfondo di questo tipo, le sue due donne non potevano avanzare nel senso della lettura, ma in senso inverso. Il senso della lettura è il senso naturale della visione.»

«.. il tempo non esiste,

c'è un unico presente perpetuo ..»