« La psicologia si occupa dei "giochi" della mente: studia le partite che le persone giocano fra loro
e le neuroscienze studiano i mezzi con cui giocare: un bastone può servire al battitore per colpire la palla che il lanciatore gli lancia in una partita di baseball, ma lo stesso bastone può servire a qualcun altro per rompere la faccia di un amico. »
Luciano Mecacci

venerdì 25 settembre 2009

L'essere umano, lupo o agnello?

Per Hobbes le persone sarebbero inclini alla aggressività verso i propri simili, quindi necessitano di istituzioni sociali in grado di reprimere le tendenze antisociali e assoggettarle alle esigenze della convivenza civile. Rousseau sostiene la concezione di una natura fondamentalmente buona, corrotta proprio dalle esigenze della civiltà. Anche il primo approccio psicologico alla spiegazione dei comportamenti aggressivi parte dal rapporto fra la natura umana delle esigenze della convivenza: Freud afferma che l’aggressività umana è inevitabile e frutto della tensione fra due istinti primari, quello di autoconservazione (Eros) e quello di autodistruzione (Thanatos). Mentre il primo ci fornisce l’energia vitale, necessaria per la sopravvivenza, dal secondo ci deriva un’energia distruttiva che deve essere in qualche modo indirizzata verso l’esterno per consentire alla prima di prevalere. Il comportamento aggressivo è una strategia di riorientamento di tale energia negativa.

Nel saggio il «Disagio della civiltà» Freud sostiene che la civiltà pone limiti alla manifestazione delle pulsioni aggressive attraverso norme, comandamenti e restrizioni, ottenendo tuttavia soltanto di riuscire a prevenire i peggiori eccessi dell’aggressività umana. In queste limitazioni sta anche il contrasto fra la libertà individuale e la civiltà: il singolo è costretto a rinunciare ad una parte della propria libertà in cambio della sicurezza che offre la vita in società. Le pulsioni individuali devono essere subliminate, convogliate cioè su menti socialmente desiderabili, quali le creazioni artistiche, la produzione scientifica o le costruzioni ideologiche.

L’approccio etologico condivide con quello freudiano l’idea della naturalità dell’aggressività umana. Gli studiosi ritengono che si debba osservare il comportamento di individui di specie diverse da quella umana per stabilire se è possibile rinvenire comportamenti di aggressività non imputabili a fattori sociali o culturali. Entrambi gli approcci delineati ritengono che i comportamenti aggressivi rispettino la logica del modello idraulico: l’energia istintuale deve essere indirizzata e non manifestata. In caso contrario si accumula e può scoppiare in modo incontrollato, anche in assenza di stimoli scatenanti. Per questa ragione la società dovrebbe trarre vantaggio dall’indirizzare le energie negative dei singoli verso forme di scaricamento socialmente accettabili (ad es. le competizioni sportive). Tale metafora però si rivela inadeguata alla spiegazione delle evidenze empiriche. Da molte ricerche condotte per verificare tale ipotesi emerge in modo sempre più chiaro che le persone che hanno possibilità di manifestare comportamenti aggressivi non diminuiscono successivamente la propria carica di aggressività in confronto alle persone che non hanno precedentemente avuto tale possibilità. Allo stesso modo falliscono i tentativi di sostenere che l’osservazione di comportamenti violenti abbia un effetto di catarsi che si compie attraverso la sublimazione vicariante dell’energia distruttiva. Essere esposti a comportamenti violenti non è sufficiente ad eliminare l’eventuale pulsione aggressiva. Konrad Lorenz, nel testo «Il cosiddetto male» dice che l’aggressività è un bene e non un male, e che assolve a tre funzioni:

  • distribuzione territoriale (effetto di lotte ,conflitti)
  • selezione sessuale (lotte tra maschi, in seguito alle quali i più forti si accoppiano, avente come risultato una discendenza migliore), difesa della prole
  • definizione di ordine gerarchico (società di animali gerarchicamente strutturato).

L’aggressività è pertanto funzionale e utile. Le deduzioni di Lorenz risultano esatte finchè egli inquadra l’aggressività come difensiva, ma Lorenz si spinge oltre, classificando tutta l’aggressività umana come il risultato di un’aggressione originata biologicamente che determinati fattori trasformano da forza benefica, positiva, in distruttività. Secondo Lorenz esistono tuttavia alcune conseguenze nocive dell’aggressività quali i "meccanismi frenanti", determinati dall’evoluzione (i comportamenti di minaccia, di pacificazione, di sottomissione, di fuga). Tali comportamenti riducono al minimo i danni dell’aggressività. Lorenz inoltre sottolinea il ruolo dei rituali dei combattimenti che frenano le conseguenze nocive dell’aggressività. Quali sono i motivi che caratterizzano l’aggressività umana, sempre più pericolosa e sovvertitrice dell’ordine naturale?

  • Lo sviluppo tecnologico, che impedisce il contatto personale tra aggressore e vittima, che rende impossibile o molto difficile l’attuazione dei meccanismi frenanti.
  • La vita in città sempre più sovraffollate e stressanti.

martedì 22 settembre 2009

I daltonici vedono colori che noi non vediamo?


Esistono diverse forme di daltonismo provocate da anomalie nei geni reponsabili della percezione dei colori. questi difetti però non fanno sì che i daltonici vedano colori diversi; semplicemente, eliminano alcuni toni dallo spettro dei colori. Nella protanopia (1% della popolazione) manca per esempio il rosso, nella deuteranopia (1%) il verde: in entrambi i casi, i soggetti confondono il rosso e il verde. Nella tritanopia (0,004% della popolazione) si confondono il violetto e il giallo. Esistono diversi gradi di daltonismo: nelle forme lievi, la percezione dei colori è solo leggermente modificata rispetto alla norma; in quelle più marcate la cecità al colore è totale (acromatopsia).

lunedì 21 settembre 2009

Arrossire è un trucco inconscio per essere perdonati

L’imbarazzante colorito rosso del viso che avvampa il viso quando meno ce l’aspettiamo può avere i suoi vantaggi: è un “trucco inconscio” che ci aiuta ad essere perdonati per la situazione che ha creato imbarazzo. È questo il significato adattativo, darwiniano, dell’imbarazzo che si manifesta sul viso col rossore secondo uno studio di Corine Dijk dell’Università di Groningen in Olanda, pubblicato di recente sulla rivista Emotion e riportato sul magazine Scientific American. Il rossore è un’espressione del viso prettamente umana che tradisce le nostre emozioni e che per alcuni può diventare un incubo a tal punto da richiedere terapie sia psicologiche sia chirurgiche, ovvero la rimozione del nervo che controlla la vasodilatazione del viso responsabile del rossore. Gli esperti olandesi hanno proposto a 130 studenti varie storie di donne che avevano trasgredito qualche norma sociale (per esempio superato persone in fila) oppure si erano rese protagoniste, non volendo, di situazioni imbarazzanti (gettato il caffè per errore sulla giacca del capo). Queste storie erano corredate da foto di donne con varie tipologie di volto, alcune delle quali avevano un visibile rossore. Ai ragazzi è stato chiesto di giudicarle in base al loro operato e di dare un’impressione generale di ciascuna. È emerso che, inconsciamente, i partecipanti giudicano sempre in modo più positivo e come più affidabili le donne che in foto arrossiscono. Questo è un chiaro segno, affermano i ricercatori, che il rossore si è “evoluto” per aiutarci a spingere l’altro a perdonare i nostri errori.
[tratto da La Stampa del 18.09.2009]

mercoledì 16 settembre 2009

Il modello della covariazione di Kelly

Il modello della covariazione di Kelly costituisce un esempio emblematico di come l’individuo, elaboratore attivo di informazioni possa essere descritto dalla metafora dello scienziato ingenuo. Prima di giungere al giudizio causale su un effetto (un accadimento, il comportamento di una persona), l’individuo compie una serie di osservazioni, rileva la sua covariazione sulla base di più cause potenziali e attribuisce l’effetto alla causa con cui covaria maggiormente. Quest’operazione cognitiva avviene sulla base di tre principi informativi: la distintività, la coerenza temporale e nelle modalità, il consenso. Secondo Kelly per decidere quale sia la causa di quest’effetto ragioniamo secondo le seguenti modalità.
  • Distintività. L’effetto si produce solo quando l’entità è presente e non si manifesta quando l’entità è assente? Il fatto di non aver capito la lezione è legato al docente particolare di questa mattina o anche ad altri docenti?
  • Coerenza nel tempo e nelle modalità. L’effetto si manifesta allo stesso modo tutte le volte in cui l’entità è presente? Non capire la lezione riguarda solo la lezione di oggi o succede sempre così?
  • Consenso. L’effetto viene percepito da tutte le altre persone come dipendente dalla presenza dell’entità? Gli altri studenti condividono la stessa esperienza di non capire le lezioni di questo particolare docente?
Se siamo in grado di concludere che l’effetto che vogliamo spiegare (il fatto di non capire la lezione) si manifesta ogni volta (alta coerenza) che quel particolare docente (l’entità) è presenta (alta distintività) e che i nostri compagni di corso sono d’accordo con noi (alto consenso) allora compiamo un’attribuzione causale disposizionale del tutto a carico dell’entità in questione (il docente). Le evidenze raccolte a sostegno del modello di Kelly mostrano che non tutti e tre i fattori hanno lo stesso peso lo stesso potere predittivo nelle spiegazioni causali: le persone preferiscono avere informazioni circa la coerenza nel tempo con cui l’effetto si manifesta rispetto alla distintività e il consenso risulta essere il fattore meno utilizzato.

mercoledì 2 settembre 2009

Il rinnovo della scuola

Le ultime novità riguardanti il rinnovamento della scuola introducono modelli estranei alla tradizione educativa e raffigurano la scuola come un’azienda. La scuola è quindi diventata il luogo dove viene ostacolata la formazione della coscienza e qualunque discorso critico e fuori dagli schemi, viene bollato come proveniente da illusi ed incapaci di adeguarsi alla realtà. In questa situazione, l’insegnante è vittima del genitore sociale che cerca la spendibilità immediata per gli studi sul piano dell’occupazione, non curando lo sviluppo della personalità del figlio. Quello dell’insegnante è un compito insostenibile: è chiamato a formulare giudizi secondo schemi prefissati ed a formare gli alunni secondo i modelli dell’efficacia aziendale.